Jobs act: il mercato del lavoro non si muove - di Franco Trinchero

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

 

Dopo due anni il bilancio è negativo, come la Cgil aveva denunciato.

Esattamente due anni fa entravano in vigore i primi decreti attuativi della legge delega per la riforma del diritto del lavoro del governo Renzi-Poletti, quello che rimetteva mano all’indennità di disoccupazione, e quello che introduceva il sedicente contratto a tutele crescenti. Due anni iniziano ad essere un periodo utile a trarre un primo bilancio della realizzazione della riforma e della sua efficacia. Il giudizio nettamente negativo che la Cgil, quasi da sola, aveva a suo tempo espresso, ne esce ampiamente confermato.

Strumentalizzare la condizione lavorativa giovanile e più in generale la precarietà del lavoro per togliere diritti e tutele a chi ancora ne aveva (i “privilegiati”, gli “ipergarantiti” dell’articolo 18) con l’introduzione di un contratto a tutele falsamente crescenti, non poteva certo creare lavoro. D’altra parte il vero obiettivo era svalorizzare il lavoro come fattore di competitività.

Anche i numeri purtroppo confermano che avere ridotto diritti e tutele non ha portato occupazione. Secondo le rilevazioni dell’Istat, la consistenza dell’occupazione a dicembre 2016 era di 22,8 milioni, di cui 17,4 milioni lavoratori dipendenti. A dicembre 2012, in un periodo particolarmente pesante per effetto delle misure del governo Monti-Fornero, gli occupati erano 22,4 milioni, di cui 16,9 dipendenti; i disoccupati, rispettivamente nei due anni, 3,1 e 2,9 milioni.

Dunque una crescita complessiva dell’occupazione di 400mila unità, in un periodo in cui si è registrata una combinazione unica di fattori positivi: basso costo delle materie prime, incluse quelle energetiche, cambio dollaro-euro favorevole per l’export europeo, costo del denaro ai minimi storici. Ma soprattutto vi è stato un fattore che ha fortemente condizionato le assunzioni nel corso del 2015: lo sgravio contributivo pressoché totale per un triennio per tutte le assunzioni effettuate in quell’anno, misura che pesa per miliardi di euro sul bilancio dello Stato, concessa a fronte di nessuna condizione posta alle imprese.

L’andamento delle assunzioni a tempo indeterminato, come rilevato dall’Inps, conferma l’effetto artificioso e temporaneo dello sgravio: erano 1.270.000 nel 2014, sono balzate a 2.026.000 nel 2015, per ripiegare a 1.263.000 nel 2016. Stesso andamento si verifica nel rapporto tra assunzioni a tempo indeterminato e quelle a termine: il tempo indeterminato era il 23,3% del totale nel 2014, 32,3% nel 2015, per poi tornare ad essere il 21,7% nel 2016. Sui dati dello stock di occupazione dipendente, i rapporti temporanei pesavano per il 13,6% nel 2012 ed il 14,4% nel 2016: altro che riduzione dei contratti precari. C’è poi da chiedersi che succederà degli oltre 700mila assunti in più a tempo indeterminato nel 2015 quando finirà lo sgravio contributivo.

Accanto ai contratti di lavoro temporaneo, che almeno sono contratti di lavoro, vi è il lavoro senza contratto: quello denominato accessorio pagato con i voucher, che nel 90% dei casi di accessorio non ha proprio nulla. Da quando vennero sdoganati dall’allora ministro del lavoro Cesare Damiano, i voucher venduti sono passati da mezzo milione del 2008 a quasi 134 milioni del 2016. Gennaio 2017 fa ancora registrare un aumento del 4% rispetto al 2016, nonostante la “tracciabilità” di cui tanto si vanta l’attuale ministro Poletti. C’è chi tende a minimizzare: tutte quelle ore in fin dei conti equivalgono a 65mila occupati a tempo pieno. Peccato che, secondo i dati Inps, i lavoratori coinvolti nel 2016 siano stati quasi 1,4 milioni, con un compenso medio di poco più di 600 euro annui.

Che il lavoro a voucher sia in buona parte sostitutivo del lavoro contrattualizzato e sia utile a mascherare il lavoro nero ormai nessuno più lo nega, soprattutto grazie all’iniziativa referendaria della Cgil. Infine c’è una formula ancora più subdola che si sta velocemente diffondendo e non è neanche considerata lavoro: quella del tirocinio o stage. Viene presentato come una opportunità che le aziende (poverine...) offrono soprattutto ai giovani per conoscere il mondo del lavoro organizzato.

In molti casi i quattro soldi che vengono riconosciuti al tirocinante sono soldi pubblici (come per il programma “Garanzia Giovani”). Salvo lodevoli eccezioni, si tratta di normali prestazioni lavorative non riconosciute, che si trasformano in formali rapporti di lavoro in circa il 12% dei casi (vedi il sito “La repubblica degli stagisti”), e che è difficilissimo contrastare a causa di una normativa del tutto inadeguata. Insomma la ripresa dell’occupazione, ed anche della buona occupazione, è piuttosto lontana.

©2024 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search