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Intervento di Giacinto Botti al Direttivo nazionale Cgil del 27/10/2018

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Sono d’accordo con chi sostiene che nel confronto odierno del gruppo dirigente occorra uscire dagli opportunismi ed evitare rimozioni. Come convengo che ci sono molte cose non esplicitate, e che siamo di fronte ad anomalie, a scelte irrituali e inusuali. La differenza tra noi credo stia in che cosa giudichiamo irrituale.

Convengo con chi nell’intervento affermava che nella corsa al ruolo di segretario generale non ci sono esclusi a priori, e però, aggiungo io, neppure candidati a priori. E concordo anche con chi ha affermato che occorre rifuggire dal pericolo di trasformarci noi, dirigenti dell’organizzazione, in tifosi e tenere come allo stadio per questo o quel candidato alla segreteria generale Cgil.

Personalmente devo dire che sinora non ho corso questo rischio essendo informalmente in campo una squadra sola, impegnata da oltre un anno a sostenere una candidatura della quale non ho avuto modo di essere informato e che non ho potuto discutere in questa o in altre sedi dell’organizzazione, a proposito di metodo e di rispetto dello Statuto.

Certo siamo in un confronto difficile e in una situazione, questa sì anomala, complicata politicamente e per certi versi persino inedita nella nostra lunga storia di organizzazione. 

Tuttavia, pur in un contesto difficile, non possiamo svincolarci da ogni obbligo etico e morale, dal rispetto reciproco che nasce dal senso di appartenenza verso la nostra organizzazione e dal dovere della responsabilità nei confronti delle iscritte e degli iscritti.

Nel contempo per lealtà ritengo che non possiamo fare solo appelli di forma all’unita se si rimuovono la realtà e le vere ragioni per cui, non da oggi ma da oltre un anno, stiamo, nel direttivo e non solo, cimentandoci in un aspro confronto. Non ultimo quello recente sul nostro bilancio.

Come, per rispetto alla nostra intelligenza, non possiamo banalizzare, rimuovere le ragioni politiche e di merito sindacale che stanno alla radice del nostro confronto, e di quello sul nome del futuro segretario generale. Non permettiamo a certa stampa di ridicolarizzare, sminuire con gossip e letture strumentali e banali il valore di merito del nostro dibattito interno e la forza della nostra stessa democrazia partecipata. Difendiamo noi tutti, con determinazione e lealtà, la dignità, lo spessore, il valore e il merito del confronto in atto nell’organizzazione. Difendiamo la vitalità e la qualità della nostra democrazia plurale. Usciamo noi dalle rimozioni e dalle ipocrisie, dai richiami strumentali al mancato rispetto dello Statuto e delle regole, dal ricorso inusuale e irrituale alle lettere personali, aperte ai giornali e rilanciate in rete, con le quali si attribuisce al Segretario generale la responsabilità di gravi rotture politiche avvenute nella segreteria per aver proposto per la sua successione, dopo un’ampia consultazione sul futuro della Cgil, il compagno Maurizio Landini, un dirigente riconosciuto e che, secondo lei, ha i requisiti, le caratteristiche, il profilo indicati dai dirigenti ascoltati per guidare la Cgil di domani.

In questo comportamento io non rintraccio, non vedo strappi statutari, abuso del ruolo, anomalie, né percorsi democratici stracciati. Anzi, penso che il percorso fatto sia una positiva anomalia rispetto al passato. La storia delle elezioni dei precedenti segretari generali, almeno a partire dal 1990, dopo il superamento delle correnti di partito e i tempi in cui il segretario veniva deciso nelle sedi di partito, nessun direttivo si è mai confrontato sul futuro candidato alla segreteria, e nessun ascolto è mai stato così ampio, esplicito e interlocutorio. E a proposito dei richiami al metodo positivo di Trentin, dovremo contestualizzarlo e non strumentalizzarlo, non essendo comunque più democratico o coinvolgente di quello attuale. Anzi, Trentin decise di procedere alla sua sostituzione dopo le dimissione avvenute nel giugno del 1994 con una verifica, non certo ampia, del gruppo dirigente. La sua sostituzione, chi sa o c’era dovrebbe ricordarselo, non fu priva di tensione e di un confronto serrato.

Il candidato di Trentin era, nei fatti,  il segretario nazionale Alfiero Grandi, e si creò una competizione con un altro candidato, il compagno Sergio Cofferati. Allora, come oggi, non eravamo dinanzi a una riduttiva competizione sui nomi ma a ciò che entrambi rappresentavano in riferimento al profilo strategico e al merito sindacale della futura Cgil. Nella verifica sul consenso la proposta di Trentin uscì in minoranza e successivamente, in occasione del voto nel direttivo nazionale,  il compagno Grandi ritirò la candidatura. Le stesse successioni a Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani sono state votate dal Comitato direttivo, ma indicate mesi prima dal segretario uscente e discusse non nel direttivo stesso, come ben sanno molti componenti di oggi, ma in segreteria. Questo mi serve per fare memoria della lunga, ricca e contraddittoria storia dell’organizzazione. Una storia fatta anche di divisioni, di dura lotta politica e di tensioni dentro e fuori di noi, di aspri confronti e divisioni congressuali su documenti contrapposti, sulla elezione dei gruppi dirigenti e del segretario generale. Tutto questo non è stato fattore di rotture permanenti né di divisioni strutturali, ma di ricchezza e di rinnovamento della Cgil. Mai nemici ma sempre dirigenti coesi, solidali, responsabili e di valore. Ecco, per uscire alla fine uniti e più forti dovremo anche oggi collocare l’aspro  confronto sul futuro segretario al merito delle cose che stanno dentro, appunto, a quell’etica e a quei valori rappresentati dal quadrato rosso.

Dando noi valore e merito alla competizione e stando dentro al principio del reciproco rispetto e alle regole democratiche, se vogliamo uscire più forti e uniti dopo il nostro congresso nazionale. Consapevoli tutte e tutti che il futuro segretario non sarà incoronato ma eletto come previsto dalle nostre regole e dalla nostra idea di democrazia partecipata e rappresentativa. Che qualunque sia il prossimo segretario nazionale, non sarà “l'uomo solo al comando” ma il segretario di tutte e tutti, a garanzia del nostro articolato pluralismo e della nostra identità confederale e generale.

E soprattutto dovrà realizzare, applicare con coerenza le scelte, i progetti, le proposte che saranno indicati dal Congresso e che sono oggi delineati nei documenti congressuali.

Perché la Cgil, la nostra confederazione, o è un collettivo che vive di partecipazione, della ricchezza e sapienza della collegialità, del pluralismo e del confronto democratico o non è, non sarà più la Cgil del futuro. 

Usciamo perciò dalle vuote formule e dai modelli altrui. C'è da navigare in un mare aperto e burrascoso, dobbiamo insieme affrontare problemi nuovi e sfide immense. Parlare oggi di una competizione tra i candidati per l’identità della Cgil del futuro senza il merito sindacale, i riferimenti programmatici e la collocazione sociale nel mondo di oggi non ha senso. Così come parlare di una Cgil riformista, movimentista, radicale, massimalista, concertativa o classista. Posta in questi termini è una banalità, una semplificazione, una lettura pigra e conformista della posta in gioco che si richiama a un passato e a un mondo che non esistono più.

Usciamo, lo ripeto, dalle fastidiose personalizzazioni, dal fare gli esami e dare patenti, dando lezioni di democrazia senza averne il diritto, senza la storia e neppure la coerenza necessarie. In campo, al centro del nostro confronto non ci sono due nomi ma due idee di Cgil, due prospettive, due modelli di organizzazione, due concezioni rispetto all’autonomia dal quadro politico e persino due valutazioni rispetto alle scelte radicali e innovative assunte dalla Cgil in questi anni.

Posizioni, diversità da esplicitare e che qualificano la vitalità del confronto plurale e il modello democratico dell’organizzazione rispetto ai partiti e alle concezioni autoritarie ed elitarie della democrazia che sono proprie delle forze politiche oggi al governo.

Infine voglio dire qualcosa in qualità di referente nazionale di Lavoro Società, non una cordata o un indefinito gruppo messo insieme occasionalmente e mai costituitosi ma un collettivo, una sinistra sindacale e una sensibilità costituita nel rispetto delle nostre regole statutarie, che da sempre si cimenta sul merito sindacale e porta il suo contributo al confronto, com’è avvenuto con il documento congressuale.

Noi siamo parte integrante della maggioranza e di quell’articolato pluralismo che spesso viene richiamato ma non sempre riconosciuto, né tantomeno da tutti rispettato. Allora a questo proposito penso sia arrivato il momento di togliermi qualche sassolino dalla scarpa rispetto al riconoscimento del pluralismo e al confronto in atto sul candidato. Da tempo mi si chiede “con chi stai?”, “Con chi state voi?”. Ho sino ad ora risposto e scritto che noi stiamo con la Cgil. Oggi il pluralismo e la democrazia non dovrebbero essere disconosciuti o adattati alle scelte che si fanno, non sono un optional, non dovrebbero essere messi in discussione o negati da nessuno, né essere subordinati a scambi di alcun tipo. Nessuno ha il diritto di esercitare un senso proprietario dell’organizzazione o della categoria della quale è momentaneamente segretario generale.

Nessuno eticamente può utilizzare soldi, potere e posti per condizionare le scelte individuali o collettive. Nessuno può subordinare il riconoscimento del pluralismo rappresentato da Lavoro Società alla risposta che si dà alla domanda “con chi stai?”.

Lo rimarco con orgoglio, Lavoro Società non sta con qualcuno ma con la Cgil, con le sue regole democratiche, con il suo profilo autonomo, la sua radicalità e le sue proposte strategiche, sottolineate nel documento congressuale alla stesura del quale abbiamo aderito e contribuito.

Pertanto confermo, per chiarezza e coerenza del collettivo che rappresento, che noi decideremo nel nostro coordinamento nazionale, convocato ufficialmente il 7 novembre. Non in una sede nascosta, ma in questa nostra sede. Insieme e collettivamente sceglieremo non con chi stare ma con quale Cgil del futuro vogliamo stare, e individueremo quale dirigente abbia le caratteristiche e la statura per realizzarla.

Sta a noi avere la capacità di mantenere il confronto anche più duro nell'ambito della dialettica democratica, del reciproco riconoscimento e rispetto; sta alla responsabilità di ognuno di noi determinare le condizioni per l'unità e il rinnovamento della Cgil di domani.

 

Grazie dell’ascolto.

 

 

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