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Sindacato unico? No, unitario e plurale

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(Contributo di Giacinto Botti, Maurizio Brotini, Comitato Direttivo nazionale Cgil)

L’intervista al compagno Maurizio Landini pubblicata su Repubblica il 1° maggio ha riaperto il confronto - mai interrotto sin dalla nascita della CGIdL nel lontano 1944 - sulla necessità di superare le divisioni ricercando con lungimiranza e realismo, come abbiamo indicato nel nostro documento congressuale, l’unità del sindacato confederale.

L’intervista, che ha fatto discutere anche in ragione di un titolo di prima pagina che riduceva un pensiero ben più complesso a una proposta di sindacato unico, merita un confronto aperto e di ricerca a partire dal gruppo dirigente della Cgil. Un confronto che vada oltre i consensi, le perplessità, le banalizzazioni e un certo riluttante scetticismo espresso dai Segretari generali della Fim e della Uilm che dimostra come pesino ancora le passate divisioni, in particolare quelle vissute sul contratto Fca, pur in presenza dello sciopero generale unitario dei metalmeccanici proclamato, dopo dieci anni di divisioni, per il prossimo 14 giugno.

Noi abbiamo scelto nel congresso di stare con la Cgil del futuro, unita e plurale, e oggi vogliamo portare il nostro contributo al confronto mettendo a disposizione di tutte e tutti anche il nostro periodico.

Noi pensiamo che non si debba scivolare nel “pansindacalismo” e che non di sindacato unico si debba parlare, ma di sindacato unitario e plurale, democratico e  autonomo rispetto alle forze politiche e ai governi, con la sua idea, il suo progetto di società del futuro, i suoi programmi e le sue piattaforme, i suoi valori di solidarietà, di eguaglianza e di giustizia sociale. Un sindacato unitario, costruito sul consenso e sulla partecipazione delle iscritte e degli iscritti, dei lavoratori tutti, e che abbia come riferimento la nostra Costituzione repubblicana. Oggi, è vero, siamo in presenza, dopo anni di divisioni, di una rinnovata unità, di piattaforme confederali unitarie nei confronti del governo, di richieste sociali e contrattuali condivise e di mobilitazioni significative come quella del 9 febbraio a Roma, o quella dei lavoratori dell’agroindustria l’11 maggio scorso. Ci siamo ritrovati nelle piazze di Verona e di Milano, a fianco di tanti giovani, di tante donne, di associazioni e movimenti impegnati nel sociale, in difesa della democrazia, contro l’imbarbarimento razzista e l’oscurantismo.

Il sindacato confederale ora, se vuole rinnovarsi, deve alzare lo sguardo, uscire dai propri recinti per rivolgersi al nuovo mondo del lavoro, allargare la rappresentatività e incontrare gli iscritti e i non iscritti per riunificare ciò che la crisi e gli arretramenti hanno frantumato.  E guardare al futuro ponendo attenzione alle richieste, alle ansie, al bisogno di radicalità espressi da quelle piazze. Esistono le condizioni sociali per consolidare questa unità di azione e fare un passo in più, ma senza fughe in avanti, senza rimuovere le differenze che continuano a sussistere sulla lettura politica della realtà e sul ruolo del sindacato. Non sono ostacoli insormontabili, e nemmeno muri incrollabili, ma sono parte della nostra storia, sono identità, progetti che si rinnovano e ancora permangono, pur non esistendo più le vecchie ideologie, sostituite purtroppo dall’unica ideologia del mercato e dell’eternità del capitalismo come elemento innato nella natura umana. La fine dei blocchi contrapposti del secolo scorso, la stessa scomparsa dei partiti di massa come il Pci e la Dc che avevano l’ambizione di rappresentare il mondo del lavoro, non sono fattori che contribuiscono di per sé a creare condizioni migliori o maggiore autonomia per il movimento sindacale. Un movimento sindacale che ha di fronte a sé, ineludibile, il tema della mancanza di un’adeguata rappresentanza politica del lavoro nel quadro politico- istituzionale.

La storia del movimento sindacale è complessa e ricca, e vede alternarsi momenti di unità e di profonde divisioni, di competizione e di solidarietà, di autonomia e di subalternità al quadro politico, di giudizi e di scelte unitarie e di rotture e divisioni strategiche. Sarebbe imperdonabile non riconoscerlo, e l’impegno deve andare nella direzione di delineare un percorso finalizzato a costruire luoghi e strutture nei quali le differenze siano riconosciute e siano una ricchezza e non un ostacolo, se vogliamo avviare un vero processo unitario e non una convergenza burocratica, utilitaristica o di convenienza.

La nostra ricca rappresentanza, le nostre identità confederali vanno ricondotte a unità sul merito sindacale e sulla prospettiva. È un percorso complesso, difficile, ma abbiamo l'obbligo di misurarci non delegando alla nostra base una responsabilità esclusiva senza fornire analisi, percorsi e modalità sulle quali confrontarsi e decidere. È dovere e responsabilità del gruppo dirigente ricercare, pensare, decidere, proporre e organizzare il percorso per il sindacato unitario, che potrà avere un futuro se sarà condiviso, sostenuto e realizzato dagli iscritti e dalle iscritte, dai delegati, dai lavoratori, dai pensionati che  militano e operano nei luoghi di lavoro, nelle leghe, nelle strutture territoriali. Nessuna fusione a freddo è possibile per una realtà di oltre 12 milioni di iscritti e una storia così complessa come quella del sindacato confederale italiano. Come dimostra l’esperienza politica, l’unità costruita nelle stanze chiuse delle burocrazie non funziona se si cancella la storia e si umiliano valori e identità, se si disconoscono le ideologie e le diverse visioni del mondo e se si teorizza la scomparsa della sinistra e della destra nel campo sociale. E in questi anni le divisioni, le crisi di rappresentanza e le diverse strategie sono venute chiaramente alla luce.

Nella nostra storia comune il momento più alto di dissenso e di dura contestazione di piazza, che culminò con le dimissioni del compagno Bruno Trentin da Segretario generale della Cgil, si raggiunse con il governo Amato e con l’accordo interconfederale “unitario” Governo-Sindacati-Confindustria del 31 luglio 1992 sulla politica dei redditi, che sanciva, tra altro, il blocco della scala mobile senza nessun coinvolgimento e mandato dei lavoratori.

Fu in quel contesto che a Milano si costruì, con il sostegno della Camera del Lavoro, il Movimento dei Consigli che vide assieme militanti e dirigenti di Cgil, Cisl, Uil con l’adesione a livello nazionale di oltre 800 Consigli di fabbrica, gli stessi che diedero vita  alla manifestazione autoconvocata del 27 febbraio 1993 a Roma che portò oltre 300.000 persone in piazza del Popolo contro le politiche sociali ed economiche del governo Amato e contro lo stesso accordo. Quel movimento, che vide come protagonisti i delegati e le delegate di categoria della Cgil, seppe assumere per un periodo non breve un ruolo di tenuta della stessa confederazione, proporre iniziative e manifestazioni, rappresentare e convogliare la contestazione senza mai rompere con la Cgil o porsi obiettivi velleitari come quello di costituire un altro sindacato; e seppe porre al centro l’esigenza di un superamento della linea concertativa e il nodo della democrazia e della misurazione della reale rappresentanza sindacale, insieme al diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di  contare e decidere su ciò che li riguarda.

Nell’aprile del 1993, su mandato di un’assemblea svoltasi a Milano con la partecipazione di 1500 delegati sindacali in rappresentanza di centinaia di Cdf unitari, il Movimento dei Consigli organizzò la raccolta di firme su una proposta di iniziativa popolare e su tre referendum, due dei quali parzialmente abrogativi dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e uno di abrogazione totale dell’art 47 del dl 29 del 1993 che regolava la materia sindacale nel settore pubblico. I quesiti referendari, depositati presso la Corte da 22 delegate e delegati sindacali, avevano l’obiettivo di porre fine al concetto del “monopolio della rappresentanza”, obbligando il legislatore a realizzare una legge sulla democrazia, sulla misurazione della rappresentatività e sui diritti dei lavoratori. Il referendum, votato dai cittadini nel giugno del 1995 e vinto, spinse le confederazioni all’accordo sulle nuove strutture elettive, le Rsu, e sulla democrazia di mandato, e costrinse, per via del vuoto creatosi, alla realizzazione dell’accordo in Aran e ad approvare una legge avanzata sulla rappresentanza nel pubblico impiego, mentre nel settore privato, nonostante fossero stati approvati nella Commissione lavoro ben 10 articoli, la legge venne boicottata per precise responsabilità politiche e sindacali anche della Cisl.

Oggi, in coerenza con l’accordo interconfederale del 23 novembre 2016, la legge sulla rappresentanza e la democrazia nel privato è una richiesta sostenuta con forza dalla Cgil nei confronti di un governo restio al confronto e che mira ancora alla “disintermediazione”. Per il sindacato confederale, dal dopoguerra ad oggi, il concetto di autonomia nel rapporto con tutti i governi e le loro politiche economiche e sociali è da sempre una questione problematica e fonte di divisione.

Negli ultimi decenni la Cgil si è ritrovata sola nel condurre un’opposizione politica e sociale al governo Berlusconi con una delle più grandi manifestazioni sindacali di tutti i tempi al Circo Massimo il 23 marzo del 2002 in difesa dei diritti e dell’articolo 18, così come da sola si è mobilitata per contrastare le politiche antisociali e regressive del governo Renzi, dal jobs act alla buona scuola, dalla cancellazione dell’articolo 18 sino alla disintermediazione. Manifestazioni, iniziative, referendum e proposte strategiche radicali come il Piano per il lavoro e la Carta universale dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, hanno caratterizzato le scelte identitarie e di prospettiva della nostra organizzazione, compresa quella di opporsi votando No al referendum costituzionale del 4 dicembre. La Cgil uscita dal XVIII Congresso è in continuità con quelle scelte che non possono essere rimosse e alle quali dobbiamo dare continuità.

La nostra storia dunque ci insegna molto, ci indica i successi e gli errori, ci richiama alle ragioni interne ed esterne di divisioni politiche dovute anche alle pressioni dei partiti rappresentanti di un mondo “antico”, diviso ideologicamente e materialmente in blocchi e attraversato dallo scontro di classe tra capitale e lavoro.

Uno scontro moderno che si rinnova e ancora permane in maniera ancor più netta e radicale, essendo stata messa in discussione la mediazione alta tra capitale e lavoro che aveva caratterizzato il “trentennio glorioso” successivo alla sconfitta del nazismo e dei fascismi.

Il Patto di Roma del 9 giugno del '44, che istituì formalmente il sindacato italiano - e che avrebbe dovuto portare la firma di Bruno Buozzi se le SS non lo avessero trucidato cinque giorni prima - fu firmato da tre esponenti dei maggiori partiti antifascisti: il comunista Giuseppe Di Vittorio, il democristiano Achille Grandi e il socialista Emilio Canevari.

Nel primo congresso delle organizzazioni sindacali dell’Italia liberata, che si tenne a Napoli nel gennaio del 1945, si costituì ufficialmente la CGIdL (Confederazione generale italiana del lavoro) con tre leader rappresentanti le tre grandi correnti politiche: comunista, socialista e cattolica.

Quel Patto si fondava su basi culturali solide e su principi democratici e plurali “moderni” e attuali: indipendenza da tutti i partiti, unità di tutti i lavoratori senza distinzione di opinioni politiche e di fede religiosa, massima libertà di espressione e rispetto reciproco tra gli aderenti, tutte le cariche elette dal basso dall’assemblea generale di delegati regolarmente eletti, partecipazione proporzionale delle minoranze assicurata a tutti i livelli, dal vertice alla base. La CGIdL è indipendente da tutti i partiti politici. “Essa si assocerà, ogni volta che lo ritenga opportuno, all’azione dei partiti democratici che sono espressione di masse lavoratrici sia per la salvaguardia e lo sviluppo delle libertà popolari, sia per la difesa di determinati interessi dei lavoratori e del paese”.

Ma dura poco, già nel primo e unico congresso unitario, nel giugno del 1947, la scissione  è alle porte. Ci si divide su tutto, dalla questione dell’autonomia e dell’intervento nel campo politico, alla concezione stessa e all’idea di sindacato. Il mondo dei blocchi e della rappresentanza degli interessi pesa e condiziona.

Nel secondo congresso del 1949 la scissione della corrente democristiana è già avvenuta a seguito della nascita del primo governo De Gasperi sotto la spinta degli USA, il 24 maggio del 1948, della scelta della DC di escludere la sinistra socialcomunista e del disaccordo sulla proclamazione dello sciopero generale contro l’attentato a Togliatti del luglio del ‘48. Uno sciopero definito insurrezionale da parte di De Gasperi, con la dura e vasta repressione antisindacale e antioperaia che ne seguì ad opera del ministro degli interni Scelba, che causò decine di morti e centinaia di arresti.

Subito dopo quel congresso lasceranno anche i socialdemocratici e i repubblicani.

Di Vittorio propone comunque caparbiamente l’unità di azione e avanza come proposta unitaria il Piano del Lavoro. Ed è ancora la Cgil, nel 1973 a Bari ad avanzare la proposta globale in vista dell’auspicata unità organica. Doveva essere l’ultimo congresso Cgil, in coerenza con il patto federativo del 3 luglio 1972 che sancì la nascita della federazione Cgil-Cisl-Uil, ma il contesto politico degli anni successivi, le diverse strategie sindacali in campo e lo scontro tra gli interessi non permisero l’unità sindacale.

L’esperienza più avanzata di unità appartiene ai metalmeccanici, con l’unione di Fim, Fiom, Uilm in un’unica sigla, la Flm. Non fu un’unificazione organica, ma per un certo periodo fu molto di più che un semplice patto d’azione. La Flm nacque nel luglio del 1972  e si dissolse nel 1984. Quell’esperienza, di cui rimane ancora la storica sede unitaria a Roma, rappresenta il massimo traguardo di unità organica; un proficuo incontro tra diverse culture che si riconobbero e si rispettarono, sostenute dallo straordinario protagonismo delle tute blu, forti della figura emergente dell’operaio massa e dei delegati eletti nei Consigli di fabbrica.

La Flm arrivò ad essere informalmente, per una fase, la quarta confederazione, costruendo egemonia politica e sindacale, formando un’intera generazione di nuovi quadri operai e sindacali e ottenendo, con straordinarie lotte unitarie, immense conquiste. Fu un fenomeno politico e sociale di portata nazionale che contribuì alla conquista storica nel maggio 1970 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori.

Si arrivò persino alla scelta identitaria e organizzativa dell’iscrizione alla Flm senza passare dall’opzione confederale, al punto che quando si sciolse e si tornò alla tessera di organizzazione, oltre 120.000 iscritti scelsero di non rinnovarla.

Quell’esperienza scomparve dalle cronache non per spinte ideologiche o partitiche, ma  per le contraddizioni laceranti che si aprirono nel gruppo dirigente a partire dalla svolta dell'Eur del ‘78, fino alla sconfitta dei 35 giorni alla Fiat e al Ccnl metalmeccanico del 1983, firmato con motivazioni diverse dalle confederazioni e non dalla Flm. Pesò anche la rottura che avvenne a tutti i livelli per via del decreto di San Valentino sulla scala mobile del 14 febbraio promulgato dal governo Craxi e, anche nella Cgil, in ragione del referendum indetto dal Pci per l’abrogazione del decreto stesso.

La difficile utopia del possibile iniziò dunque il suo declino per merito e ragioni sindacali, per le trasformazioni e la composizione della classe lavoratrice, per lo scontro di classe e gli interessi in campo, e non per ragioni ideologiche. Questo a dimostrazione che al di là delle intenzioni, noi tutti siamo il prodotto della storia sociale e politica del paese.

La storia ci insegna anche che il sindacato confederale ha ottenuto le sue più grandi conquiste sociali e contrattuali nelle fasi di massima unità, e paradossalmente quando forze politiche come il Pci e la Dc erano ancora protagoniste e rappresentanti di pezzi consistenti del mondo del lavoro.

L’unità e la ricomposizione del mondo del lavoro e del sindacato confederale rimangono, a maggior ragione oggi nel difficile contesto sociale, politico ed economico, condizioni essenziali per ricostruire nuovi e più avanzati rapporti di forza, per fermare la deriva sociale, politica e valoriale in atto, per estendere i diritti e difendere le conquiste sociali, i beni e i servizi pubblici e per rimettere al centro della scena politica il lavoro e il suo valore costituzionale.

L’estensione per via legislativa anche al settore privato della legge su rappresentanza e rappresentatività, ivi compreso il ricorso allo strumento del referendum per coinvolgere anche i lavoratori e le lavoratrici non iscritti, rappresenta un passaggio decisivo e dirimente nel rinnovato percorso unitario.

L’intervista del Segretario generale, con i suoi contenuti articolati, le riflessioni sul passato, sulla fase attuale e sul futuro del sindacato e del mondo del lavoro, pone questioni dirimenti e di prospettiva per tutto il sindacato confederale italiano ed europeo.

L’obiettivo indicato ci riguarda e richiama tutto il gruppo dirigente della Cgil a una riflessione, a interrogarci rispetto alle difficoltà che presenta il percorso non semplice di costruzione del futuro sindacato unitario e plurale, in un mondo trasformato e globale nel quale il potere economico sta esercitando una crescente egemonia sul potere politico, finanziandolo e subordinandolo ai suoi interessi.

Aver lanciato questo ponte oggi, pur non esistendo ancora, secondo noi, le condizioni per attuare concretamente il percorso indicato, rappresenta una scelta coerente e responsabile, non certo una mera operazione mediatica  come  qualcuno  ha  insinuato. Un sindacato confederale unitario e plurale deve partire dalle condizioni materiali di chi vuole rappresentare: il miglior viatico per tradurre la spinta unitaria è la costruzione di piattaforme rivendicative che mettano al centro la questione ambientale, della pace, di un diverso modello di sviluppo, i temi degli aumenti salariali, della riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e del ruolo delle Rsu e dei delegati nell'intervento sull'organizzazione del lavoro e sulla condizione lavorativa, da affiancare con una mobilitazione generale in difesa della scuola e della sanità pubblica, per il diritto alla pensione e alla sua rivalutazione. Che poi significa difendere e applicare compiutamente la nostra Costituzione Repubblicana.

L'unità del sindacato confederale oggi non può che costruirsi su queste basi, sulla democrazia partecipata, sul valore dell’eguaglianza e della solidarietà e su proposte radicali che disegnino un’idea di società del futuro capace di contrastare la profondità della crisi e la pericolosa deriva che sta minacciando il Paese.

La nostra Cgil saprà, come sempre, essere protagonista di questo percorso.

 

13 maggio 2019

 

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