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Governo? C’è bisogno di vera discontinuità e di un reale cambiamento

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“Dalle parole ai fatti”, questa la parola d’ordine che campeggiava dal palco dell’affollata Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati del 9 ottobre a Milano, dalla quale è uscito confermato il sostegno generale alla piattaforma sindacale unitaria e al percorso di confronto avviato con il governo Conte 2, che trova la sua continuità con i quattro tavoli “tecnici”. 

La fase aperta nel confronto con il governo, lo stesso riconoscimento del ruolo e della funzione del soggetto politico di rappresentanza sociale e generale del sindacato confederale rappresentano un’opportunità e una sfida, per noi e per lo stesso futuro dell’eterogenea compagine governativa, e un cambio di passo rispetto al passato, ma è utile ribadirlo ancora: nessuna illusione e nessuna cambiale in bianco, non possiamo permettercelo. Consapevolezza, determinazione e radicalitá sul merito, un rapporto stretto e profondo con le delegate e i delegati, le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati devono accompagnare l’azione unitaria del sindacato. La grave situazione economica e sociale, l’arretramento culturale del Paese non permettono nessuna politica dei due tempi, e neppure di continuare in modo gattopardesco a cambiare formalmente tutto per non cambiare concretamente nulla, come lascia presagire la scelta demagogica e persino pericolosa, se non intervengono correttivi, per la nostra democrazia parlamentare di ridurre il numero di deputati e senatori. Lo scontro vero è sulla prospettiva, sull’idea di Paese e di società del domani. Giudicheremo il “governo della discontinuità” sulla base di quello che fa e non di quello che dice. Non basta mettere in campo una debole e contraddittoria idea di cambiamento, serve un radicale progetto alternativo di trasformazione dei rapporti di produzione, un diverso modello di crescita e di sviluppo non accentrato più sul semplice profitto, sul mercato e su un capitalismo con scarsa responsabilità sociale e che di “moderno” ha ben poco. Lo scontro è di classe, come sempre del resto quando in gioco ci sono gli interessi e i rapporti di forza tra le classi sociali, tra capitale e lavoro. Per questo occorre alzare lo sguardo e guardare oltre. Occorre mettere in campo un progetto alternativo di trasformazione. È compito di un pensiero politico alto rendere la complessità della storia agibile e comprensibile alle masse, in modo da renderle consapevoli e partecipi dei processi di cambiamento. 

La discontinuità che vogliamo e che ancora non vediamo dev’essere reale e misurabile, percepita materialmente da coloro che rappresentiamo, ma il Nadef approvato non sembra soddisfare le aspettative che pure le dichiarazioni d’intenti avevano acceso.  Troppo scarse le risorse messe a disposizione della crescita, degli investimenti pubblici, del sistema sanitario e scolastico e della riduzione del cuneo fiscale; irrisori gli stanziamenti per politiche ambientali efficaci che sappiano dare risposte adeguate ad un allarme grave e preoccupante che anche dalle nostre piazze, come da quelle di tutto il mondo, hanno lanciato migliaia di giovani solo qualche settimana fa. Poca attenzione verso le diseguaglianze, la centralità e il valore del lavoro. 

Eppure le risorse ci sono, basterebbe la volontà politica di recuperarle e di utilizzarle nel modo giusto per il bene collettivo e per il futuro del paese.

La lotta all’evasione è una priorità e non è una variante delle politiche fiscali. La stessa discussione sulla questione fiscale è segnata da una diffusa idea che si possano pagare meno tasse a prescindere, mentre la condizione per ridurre la pressione fiscale è che tutti paghino in progressione al reddito, che siano tassati rendite e patrimoni e che s’intervenga sulle aliquote fiscali, elevando la quota esente, diminuendo le aliquote basse e medie ed elevando quella massima, e infine aumentando le detrazioni per il lavoro dipendente e alleggerendo le tasse sulle pensioni. La riduzione del cuneo fiscale per imprese e lavoratori non può essere contributiva. Recuperare risorse, superare le disfunzioni storiche dello stato di diritto e tassare i profitti sono passaggi ineludibili se si vogliono combattere le diseguaglianze, fare gli investimenti e salvare lo stato sociale e i diritti universali. Occorre pagare tutti per pagare meno, considerando che 109 miliardi di evasione sono un’enormità, e che oltre il 90% del gettito totale Irpef proviene da lavoratori dipendenti e pensionati. Infine non ci sfugge che nel confronto si rimuovono i temi considerati “sensibili” dalle forze di governo. Non si cancellano leggi sbagliate come il jobs act, non si parla di precarietà e di diritti universali nel lavoro, sparisce il ripristino dell’art 18 e non si rimuove definitivamente la Legge “Fornero” e il danno alle pensioni delle generazioni future che essa ha prodotto. Mentre qualcuno di “Italia Viva” (i renziani) indica quota 100 la misura più ingiusta degli ultimi 25 anni e ne chiede l’eliminazione.  I vergognosi decreti Salvini, approvati dal governo Conte 1, disumani, anticostituzionali e razzisti, restano tali e quali. Sul fronte dell’immigrazione rimane la Bossi-Fini e si prende tempo anche sullo “ius culturae”, mentre l’esecutivo e le forze politiche girano la testa altrove anche dinanzi agli ultimi morti annegati vicino alle nostre coste, a chi fugge da miserie e torture e a chi, nelle prossime settimane, fuggirà dalla nuova assurda guerra - che Trump ha assecondato e l’Europa non ha saputo evitare -, scatenata da un dittatore sanguinario come Erdogan per annientare il valoroso popolo curdo che quasi da solo ha sconfitto la minaccia jihadista. Ormai si muovono inarrestabilmente masse enormi di persone in cerca di salvezza o di un’esistenza migliore, ma si continua ad affrontare un fenomeno epocale come l’immigrazione con politiche securitarie e di respingimento, rispolverando contro le Ong teorie come quella dei “taxi del mare” ed evitando di mettere in discussione gli accordi nefasti stipulati con la Libia e i mercanti di uomini, e le cause vere dell’immane tragedia che ogni giorno si compie nel Mediterraneo.

C’è un problema di coraggio politico e di egemonia culturale. La sinistra politica deve ritrovare la sua natura, la sua identità per darsi una ragione di esistenza. Come scriveva Bobbio, “Il nostro destino dipende dalla nostra natura. Risolvete la vostra natura e avrete risolto il vostro destino”. Non c’è reale cambiamento se non avendo come riferimento la Costituzione e accompagnando la lotta economica e sociale con quella valoriale e culturale. È un compito che compete ad ogni forza autenticamente democratica e di progresso. Questa è la natura della CGIL, questa è la sua scelta.

Giacinto Botti

14 ottobre 2019 

 

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