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Referendem costituzionale: un NO di buone ragioni - Introduzione di Giacinto Botti

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Giacinto Botti, Referente nazionale Lavoro Società, sinistra sindacale confederale CGIL

 

Care compagne, cari compagni,
grazie della vostra partecipazione; un particolare ringraziamento va ai nostri autorevoli ospiti, ai dirigenti CGIL nazionali, regionali e di categoria che hanno accettato il nostro invito. Questo nostro confronto pubblico sulla riforma costituzionale, che non a caso porta il titolo ”Un NO di buone ragioni”, si pone all’interno dell'impegno della nostra organizzazione a diffondere le valutazioni e le ragioni di merito che hanno determinato la scelta, assunta dall'assemblea generale nazionale delle delegate e dei delegati CGIL del 7-8 settembre, di votare No alla riforma, attenti alla nostra unità, con un voto che ha registrato solo tre astenuti su 360 partecipanti.

La nostra posizione autonoma è formulata senza pregiudizi né idee precostituite, e ha il solo obiettivo di respingere con un voto una riforma che interviene su 47 articoli, dal nostro punto di vista sbagliata e pasticciata che - come si dice nel manifesto di ben 56 costituzionalisti - è un mostro istituzionale. Per la CGIL è anche un’occasione mancata.

Una riforma che non fa bene alla nostra democrazia. E il nostro No non verrà meno neppure a fronte di un eventuale cambiamento della legge elettorale, perché la riforma porta in sé un'idea di democrazia e di rappresentanza che scardina l’assetto costituzionale voluto dai padri fondatori, stravolgendo gli equilibri di garanzia democratica tra i poteri e i ruoli sanciti dalla Costituzione. La Costituzione Repubblicana è un bene comune da preservare, innovare non certo da rottamare. Le sue radici affondano nella lotta di liberazione, nelle lotte del movimento operaio e si alimentano con l’acqua della democrazia rappresentativa, della partecipazione e della sovranità popolare.

Abbiamo scelto per questo di non stare alla finestra, di non essere tifosi pro o contro qualcuno, ma di stare in campo, come nel referendum sulla controriforma costituzionale del 2006 presentata dal centrodestra.

Non potevamo dunque restare indifferenti dinanzi a questa revisione costituzionale, tesa a svuotare di senso i principi contenuti nella prima parte della Costituzione, Questo progetto nel suo insieme rende diseguali i cittadini nel diritto comune …. e altera in maniera non accettabile l’equilibrio da difendere fra prerogative del Parlamento, quelle del capo del governo, e quelle del capo dello Stato”… e riaffermo qui - in questa sede per noi solenne - di fronte a tutti che la CGIL si impegnerà - come sa fare - perché i cittadini respingano il testo della nuova Costituzione”. Queste erano le parole di Guglielmo Epifani nella relazione al 15° congresso nazionale CGIL.

Il 25-26 giugno 2006 il popolo italiano, in occasione del voto referendario, il 63% dei votanti, pari a 15 milioni e 800 mila cittadini, bocciò la controriforma costituzionale voluta da un Presidente del Consiglio - lo stesso che definì la Costituzione "bolscevica"- che si ispirava al programma piduista di Licio Gelli. Sappiamo di essere di fronte a un altro governo e a contenuti non paragonabili a quella riforma, ma si ravvisano preoccupanti analogie e linee convergenti soprattutto in merito all’idea di democrazia plebiscitaria, agli equilibri e ai contrappesi dei poteri, allo svuotamento del ruolo del Parlamento, alla rappresentatività politica e alla sovranità del popolo.

Penso che la CGIL, così come abbiamo scritto nel documento approvato, debba informare, diffondere le ragioni del nostro orientamento tra le delegate e i delegati, le lavoratrici e i lavoratori.

Questo incontro pertanto è un'occasione, insieme ai nostri graditi ospiti, di ragionare, rafforzare e qualificare le ragioni del nostro No. Di stare nel merito di uno scontro costituzionale e politico che investe il futuro del paese e il suo assetto democratico.

Questa mia introduzione non approfondirà i contenuti più specifici della riforma; meglio di me lo faranno i nostri autorevoli ospiti. Io mi limiterò a portare un nostro punto di vista, un contributo al confronto con qualche riflessione, a partire dalla considerazione che la Costituzione è parte viva della società, e non puoi modificarla in modo così profondo rimuovendo il contesto sociale e politico, eludendo il paese reale e gli interessi in campo.

In Europa si aggirano i fantasmi del passato, dinanzi alle migrazioni di popoli che fuggono dalla miseria e dalle guerre la politica annaspa e si alzano i muri; il sogno europeo si sta dissolvendo sotto la spinta di nazionalismi diffusi, dentro a una crisi sociale alla quale si risponde con fallimentari politiche liberiste. Il nostro paese è in recessione e in declino, fatica a riprendersi da una crisi di sistema a causa di storture e limiti storici. Il vero male non sta, principalmente, nella mancanza di stabilità e di governabilità o di efficienza, ma in una cattiva politica incapace di delineare un futuro per il paese, nelle scelte sbagliate sul piano economico e sociale, nelle diseguaglianze dilaganti di reddito e di condizione sociale, nella disoccupazione giovanile che ha raggiunto livelli intollerabili. In un'evasione e un'elusione fiscale insopportabili, nella corruzione e nella criminalità diffuse che fanno perdere credibilità al paese. Nella giustizia non uguale per tutti, nel diritto al lavoro contrapposto al diritto alla salute. Questi problemi vanno riportati nel confronto sulla riforma. Perché penso che un governo di centrosinistra debba riformare e moralizzare la politica, non aggredire la Costituzione ma le storture e le ingiustizie presenti per riprogettare il futuro del paese. Con il rispetto dovuto dissento dalle dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando dichiara che “con questa riforma si riabilita il ruolo del Parlamento che tornerà a essere degno”. E’ un auspicio, ma sappiamo che non succederà perché il problema sta nella collusione, nell’impresentabilità e nella spregiudicatezza di troppi politici al servizio degli interessi privati e non certo di quelli pubblici. Occorre la riforma della politica e dei partiti, affinché non sia più consentito a cittadini squalificati, incapaci, inquisiti, faccendieri di ricoprire ruoli istituzionali senza esserne degni. Perché, come scrive il giurista Gustavo Zagrebelsky “istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che le è affidato, mentre la più perfetta delle Costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata”. E colgo l’occasione per ringraziare con un applauso il professore per come ha saputo sostenere le ragioni del No nel difficile confronto televisivo con un Renzi che sfuggiva al merito per rifugiarsi nei soliti slogan demagogici in modo offensivo e con disgustosa arroganza.

Credo, in sostanza, che questo paese sia così ingiusto perché quanto è previsto nella nostra Costituzione è rimasto inapplicato quando non è stato tradito. Penso anche che il Governo abbia scelto dove e con chi stare. Mentre il riferimento a una destra e a una sinistra viene bollato come "vecchiume ideologico", si fanno politiche di destra contro il mondo del lavoro e i suoi diritti, e si continuano a sbandierare demagogicamente riforme epocali che poi vanno a vantaggio delle lobby, degli interessi del mercato, dell’impresa e della finanza.

La riforma non è neutra; non sono mai chiare le finalità, per chi e per che cosa si vogliono i cambiamenti. Come se fossimo in una società senza classi, come se nella crisi non fossimo in presenza di uno scontro di interessi tra capitale e lavoro. Quando neghi questa realtà hai deciso di stare con la classe, con gli interessi e i poteri più forti.

La CGIL - recita così il suo statuto - “basa i propri programmi e le proprie azioni sui dettati della Costituzione della Repubblica e ne propugna la piena attuazione”.

La Costituzione Repubblicana è la nostra “Magna Charta”, definita “progressiva” perché contiene un programma di trasformazione dei rapporti sociali che si realizza con le leggi attuative conquistate dentro ai processi sociali, segnati dalle lotte di trasformazione e di emancipazione che hanno visto, tra altri, protagoniste la sinistra politica e la CGIL. Una Costituzione che continua a misurarsi con i grandi cambiamenti intervenuti in questi 60 anni di storia italiana e, nel corso del tempo, ha conosciuto inevitabili correzioni e aggiustamenti che non hanno però intaccato né cambiato i valori e i principi di unità del paese, di democrazia rappresentativa e partecipativa, di diritto sociale, di giustizia e di solidarietà. Esiste un nesso inscindibile tra la prima parte e la seconda parte della nostra Costituzione, cioè tra il cuore e l’anima di un ordinamento sociale nel quale si indicano i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini, dei lavoratori, i rapporti etico - sociali, economici e politici, e la seconda parte, sottoposta oggi alla riforma, nella quale si indicano l’ordinamento della Repubblica, i rapporti, gli equilibri e le funzioni tra i poteri, le garanzie e le rappresentanze costituzionali, con i relativi contrappesi. Se accentri i poteri nelle mani dell’esecutivo e svuoti il Parlamento, se annulli o riduci la rappresentanza degli interessi nell’impianto istituzionale, lo farai anche sul piano sociale, colpendo e disconoscendo la parte meno protetta, cioè i settori più deboli del mondo del lavoro e della società.

La democrazia costituzionale contempla sia il potere della maggioranza di espletare il mandato del popolo, sia il controllo democratico su questo potere e la garanzia dei diritti fondamentali inviolabili di tutti, specie delle minoranze. Perché la Costituzione non prevede una “dittatura della maggioranza”, non può riconoscere un “sovrano" e neppure un uomo solo al comando.

La Costituzione, come affermava Giuseppe Dossetti, Presidente del CLN di Reggio Emilia "contiene diritti supremi permanentemente validi, un orientamento per una lotta che non è finita adesso e che non può finire, una lotta per la libertà e la giustizia sociale".

Noi siamo parte di quell’impegno, e siamo onorati di esserlo a fianco dell’ANPI e del suo Presidente, che ringraziamo per la determinazione, l’autorevolezza con cui difende, insieme alla scelta del No, la storia e le radici di un’associazione che rappresenta la memoria storica del paese e il valore della lotta contro il nazifascismo. Solo una Ministra poco informata e molto prevenuta poteva pensare di dividere il mondo ANPI tra partigiani veri e non veri, non rispettandone la storia.

La CGIL ha sempre indicato la partecipazione al voto (referendario, politico o amministrativo) come elemento essenziale alla vita democratica. Noi nel referendum sulle trivelle abbiamo lasciato libertà di voto ma indicato la partecipazione, mentre il Presidente del Consiglio, primo nella storia, in occasione di quel referendum, pur di sconfiggere i promotori è stato fautore dell’astensione, indebolendo così la partecipazione popolare e un importante istituto democratico.

Questa è un'idea di democrazia lontana dai valori costituzionali e dai nostri. La CGIL non poteva restare neutrale dinanzi a questa revisione - proposta dal governo e approvata a colpi di fiducia e con una risicata maggioranza dal Parlamento - che non solo sta dividendo il Paese, ma sta anche spaccando la sinistra politica e sociale. Da qui la scelta e l’impegno di un No coraggioso, in coerenza con la nostra identità e storia.

Il 4 dicembre dunque voteremo, ma sarà un voto libero davvero? C'è da chiederselo, perché un paese nel quale si tenta di condizionare le scelte dei cittadini con la paura, il ricatto e la propaganda ideologica è un paese malato.

Assisteremo, stiamo assistendo già, a una campagna sproporzionata nelle risorse in campo, dura nei toni e sostenuta da motivazioni persino offensive. Saranno utilizzate le peggiori argomentazioni contro il fronte del No senza distinzioni, come se il No dell’ANPI, dei costituzionalisti, della CGIL avesse la stessa natura del No della destra populista e liberista. Si userà la paura per i rischi che correrebbero la stabilità e la governabilità del paese, per il vuoto che si potrebbe creare in un quadro economico e sociale difficile; si ricatterà una parte dell'elettorato sul timore di riconsegnare il paese alla peggiore destra populista e razzista o a un partito - movimento dalle idee ancora confuse sulle scelte da fare e dall'identità indefinita. Si useranno, da parte del capo del governo e del segretario del PD, tutte le argomentazioni per conquistare il voto dei cittadini. Mentre il paese crolla sotto il terremoto e le alluvioni, le scuole sono fatiscenti, mancano strade e ferrovie e la prevenzione è inesistente, il Presidente del Consiglio, seguendo la politica più vecchia e fanfarona che promette tutto a tutti, scrive i suoi propositi sulla lavagna e rispolvera il più ideologico tormentone che ha attraversato quattro generazioni: il ponte sullo stretto.

La posta in gioco è alta per chi ha voluto personalizzare il voto e ha legato la sorte politica sua e del suo governo alla vittoria del Si.

Un azzardo dettato da una visione elitaria della politica, dalla cultura plebiscitaria e da una supponenza che abbiamo già conosciuto in un Presidente che si riteneva unto dal signore. La Costituzione educa e cura anche l’egocentrismo.
Il 4 dicembre non sarà il giorno del giudizio né la rinascita o la fine del mondo. Si obbligano gli elettori a un prendere o lasciare che sottrae il potere reale di scelta perché siamo di fronte a un referendum costituzionale piegato, condizionato e utilizzato per fini e calcoli politici. E non per errore ma per scelta. Questo ci deve far interrogare sull’obiettivo, il progetto a cui si vuole giungere con questa riforma; sul perché si sia voluto imporre lo scontro divisivo sulla nostra Costituzione, sostanziandolo con una pessima legge che va nella stessa direzione, e anche sul perché non si sia voluta seguire la strada di apportare modifiche ad alcuni articoli, com'è avvenuto più volte in passato, per raggiungere lo scopo dichiarato.

Bisogna ristabilire nel confronto un livello di civiltà, di rispetto e di verità.

Capiamo il motivo per cui si usano la retorica e la peggiore demagogia, ma rivendichiamo che in questo fronte del No, come nel Si, esistono ancora uomini e donne di ideali e non di carriera e di poltrone. La semplificazione, la riduzione dei costi, del numero dei parlamentari richiamate in continuazione, sono uno slogan demagogico. Puoi ridurre il numero dei parlamentari e il costo della politica e comunque non cambiare nulla. Tutto resta inalterato se non riformi e non riqualifichi la politica, se non ti poni il problema della sua moralizzazione e della sua qualità, se un Presidente del Consiglio non giudica la riduzione della partecipazione al voto come un allarme democratico, e se l’antipolitica diventa la risposta popolare alla cattiva politica.

Si continua sulla strada della rottamazione: un termine dispregiativo se applicato alle persone, sprezzante e irriguardoso se indirizzato in generale verso i partiti e la politica a prescindere, cavalcando il peggior populismo. Se utilizzato per dividere le generazioni, per colpire e disconoscere i corpi intermedi presenti nella società, le organizzazioni sindacali, la nostra CGIL, dipinta in più occasioni come un'organizzazione conservatrice che difende i privilegi di un pezzo del mondo del lavoro, lasciando indietro le nuove generazioni.

Il rinnovamento e il cambiamento sono propagandati come fattori neutri, buoni in sé e non in rapporto alle scelte di ordine politico, sociale ed economico, alla condizione materiale delle persone, agli interessi in campo anche contrapposti.

Non è in gioco la democrazia in quanto tale, ma il modello di democrazia. Dovremmo ricordare al Presidente che siamo una Repubblica parlamentare e che la Costituzione indica e disciplina l’idea di una democrazia rappresentativa, partecipativa del popolo che rimane sovrano. La democrazia ha un costo non solo economico, procede nella fatica del confronto, nella ricerca della mediazione tra gli interessi, nel riconoscimento della rappresentanza e del pluralismo.

Non ci piace una democrazia nella quale i pochi finiscono per contare più dei molti. Per noi la partecipazione consapevole del cittadino va favorita, non semplicemente evocata, e non va imprigionata ma liberata. Esiste un mondo del lavoro disperso, diviso dalla crisi e dalle culture individuali, che ha perso i canali della rappresentanza politica di riferimento. Questo mondo va ascoltato nei bisogni che esprime. Occorre una nuova stagione rigeneratrice di una sinistra politica che scenda in campo, si organizzi e si faccia riconoscere dagli strati popolari e da un mondo del lavoro lasciato a se stesso che ogni giorno di più cerca rappresentanza e ragioni per provare a cambiare il presente e a credere nel futuro.

In definitiva, noi il 4 dicembre voteremo No e chiederemo di farlo sul merito della riforma a tutto il nostro mondo. Non potevamo celebrare meglio i 110 anni della CGIL che con questa autonoma decisione, e con la consegna di oltre un milione e mezzo di firme per la Carta dei diritti, ovvero il nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori che, senza intaccare il valore dello Statuto conquistato nel 1970, vuole rinnovare e ampliare le tutele, estendendone i contenuti a tutto il mondo del lavoro di oggi. Con lo Statuto dei lavoratori la Costituzione materiale è entrata nei luoghi di lavoro. Il pilastro di quello Statuto, che regola il rapporto tra lavoro e impresa e sancisce un diritto di civiltà, è stato intaccato, non a caso, da questo governo con la cancellazione, nei fatti, dell’articolo 18. Ed è anche per questo che siamo entrati in campo con la Carta e i tre referendum che la sosterranno, uno contro l’illegalità negli appalti, un altro contro la precarietà e la nuova forma di sfruttamento imposte dai voucher e il terzo per ristabilire che licenziare ingiustamente nel nostro paese dev’essere proibito dalla legge. Celebriamo 110 anni fatti di impegno e di militanza della nostra CGIL, parte viva della storia del paese, con il suo ruolo di soggetto politico e forza di rappresentanza generale del mondo del lavoro, dei pensionati, delle giovani generazioni e dei loro interessi. Perché la CGIL si rinnova ma non rottama la sua identità e i suoi valori e ideali. Non recide le sue radici e la sua storia che sta nell’incontro tra le generazioni, nel coraggio di difendere i lavoratori, di lottare per l’estensione dei diritti, di sostenere le parti sociali più deboli. Nel coraggio di difendere la nostra Costituzione repubblicana. Siamo uomini e donne della CGIL orgogliosamente conservatori di questo coraggio.

Grazie dell’attenzione

 

 

 

 

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