Per chi al G8 di Genova c’era, come Lavoro Società, la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo conferma quanto visto, sentito e subito da migliaia di manifestanti in quei tragici giorni del luglio 2001. Ma i giudici di Strasburgo fanno anche un passo avanti: “La sentenza individua specifiche violazioni della Convenzione europea dei diritti umani – osserva il magistrato Enrico Zucca – che nella nostra scala di valori viene appena sotto la Costituzione. E le addebita a precise istituzioni dello Stato italiano: quindi fa i nomi e i cognomi dei responsabili”. Alle parole di Zucca, pubblico ministero nel processo per la “macelleria messicana” della scuola Diaz, si può solo aggiungere che la politica non poteva non sapere cosa stesse accadendo nelle strade di Genova, alla Diaz, alla caserma di Bolzaneto. Non c’erano solo i vertici del governo italiano di allora, da Berlusconi a Fini al ministro dell’interno Scajola, c’erano anche molti prefetti e altri rilevanti esponenti dello Stato.
Eppure, a ben quattordici anni da quei giorni, anche in questo 2015 la politica appare incapace di fare i conti con quanto accaduto.
Prova ne è l’approvazione dell’assemblea di Montecitorio – non ancora del Senato - di un testo di legge sulla tortura ancora al di sotto degli standard internazionali. Con una configurazione di reato comune, generico e non tipico di un pubblico ufficiale. Mentre la Convenzione dei diritti umani segnala puntualmente che la vera natura del reato di tortura è quella di essere la violenza del potere e dello Stato. Da cui, invece, il cittadino si aspetterebbe protezione.

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