A quattro anni dalla vittoria referendaria, governo ed enti locali intensificano gli atti per aggirare il risultato e privatizzare l’acqua.

Quattro anni fa il referendum per l’acqua pubblica. Due quesiti, uno contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali e l’altro per l’abolizione dell’adeguata remunerazione del capitale nella determinazione delle tariffe, che tracciarono in modo chiaro e univoco la volontà popolare. Per onorare quel voto si sarebbe dovuto, e si deve, adottare un nuovo quadro di riferimento legislativo. Una proposta di legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico è stata depositata alla Camera il 21 marzo 2014 da parlamentari di diversi gruppi politici (Pd, Sel, Cinque Stelle e Popolari) che, a inizio legislatura, avevano dato vita all’intergruppo “Acqua bene comune”. La proposta di legge riprende, con i necessari aggiornamenti, l’iniziativa di legge popolare promossa dal Forum italiano Movimenti per l’acqua, su cui nel 2007 si raccolsero più di 400mila firme.

Ma mentre la proposta di legge giace in qualche cassetto, sotto traccia, senza grossi clamori, nei prossimi giorni si potrebbe consumare nei fatti una decisiva sconfitta del movimento popolare per l’acqua pubblica. I provvedimenti del governo, dallo Sblocca Italia alla Legge di stabilità, “incoraggiano” gli enti locali a privatizzare la gestione del servizio idrico. In particolare, la norma consente agli enti di escludere dai vincoli del patto di stabilità interno i proventi derivanti dalla dismissione di partecipazioni in società di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica (compresi quelli del servizio idrico). E’ evidente che per i Comuni, che hanno subito tagli di circa 17 miliardi negli ultimi cinque anni e che non hanno risorse per garantire i servizi ai propri cittadini, la prospettiva sia quantomeno allettante.

Anche il ddl Madia, sulla riforma della pubblica amministrazione, si cimenta con la materia in questione: prevede l’individuazione di meccanismi premianti per quegli enti locali che ricorreranno a procedure ad evidenza pubblica per l’affidamento dei servizi pubblici, penalizzando gli affidamenti diretti e quindi la gestione pubblica dell’acqua.

L’Autorità per l’energia e il servizio idrico ha chiesto alla commissione ambiente del Senato di intervenire sul “Collegato Ambientale” per modificare la disciplina della morosità e dei distacchi. In pratica l’Autorità suggerisce di eliminare l’espressione “minimo vitale” e di limitare la garanzia “di un quantitativo di acqua necessario al soddisfacimento dei bisogni fondamentali di fornitura per gli utenti morosi in condizione di documentato disagio economico”. Un passaggio gravissimo che, se approvato, cancellerebbe, il principio dell’universalità del diritto all’accesso all’acqua in quanto bene vitale.

Perfettamente in linea con il pensiero renziano di privatizzazione spinta dei servizi pubblici locali, i sindaci coproprietari di Hera hanno annunciato la volontà di far scendere la quota di proprietà pubblica della multiutility dal 57% al 38% e la romana Acea sembra intenzionata a rafforzare il proprio assetto azionario anche in Toscana, Umbria e Campania.

Gli enti locali che non l’hanno già fatto, saranno obbligati ad aggregare la gestione del servizio idrico in ambiti ottimali. Questo comporterà, nei prossimi giorni, la sottoscrizione delle nuove convenzioni con i nuovi gestori d’ambito: si tratta di convenzioni che hanno durata generalmente superiore ai 20 anni. Per impedire la definitiva privatizzazione del servizio idrico per i prossimi decenni a venire e evitare che la volontà popolare del referendum sia vergognosamente calpestata, dobbiamo riprendere con forza e determinazione una grande lotta per l’acqua pubblica.

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