In “Diritto al lavoro. Beffa o sfida?”, Giovanni Mazzetti continua la sua opera di demistificazione del neoliberismo e riafferma il ruolo dello Stato per creare lavoro e rispondere ai diritti di cittadinanza

 

Nella sua vasta produzione teorica Giovanni Mazzetti non ha mai disdegnato di remare controcorrente: da “Scarsità e redistribuzione del lavoro” (Dedalo 1986) sino al più che demistificatorio “Dare di più ai padri per fare avere di più ai figli” (Asterios 2013), ad una robusta pars destruens ha sempre fatto seguire una altrettanto forte proposta alternativa alla vistosa regressione sociale provocata dall’ideologia neo-liberista.

Nel recente “Diritto al lavoro. Beffa o sfida?” (manifestolibri 2014 euro 20,00), Mazzetti affronta la questione nodale della disoccupazione su scala europea, evidenziando le molteplici cause della progressiva evaporazione dei diritti di cittadinanza, fondati sulla centralità del lavoro, teoricamente garantiti dalle Costituzioni post-resistenziali. Si tratta di una ricostruzione sul piano storico ed economico fondata metodologicamente sul concetto che “uno stato di crisi non contiene in sé solo una determinazione negativa, ma anche una determinazione positiva di opportunità di dispiegamento delle capacità latenti nell’organismo sociale”.

Significativamente, Mazzetti suddivide lo scorso settantennio in due periodi storici distinti e antitetici. Il primo, la ricostruzione post-bellica, caratterizzata dal compromesso keynesiano-fordista, dall’affermazione dello stato sociale e della piena occupazione, dall’istituzionalizzazione di quel diritto del lavoro figlio di un imponente ciclo di lotte operaie e dell’estensione della contrattazione collettiva. Il secondo, dagli inizi degli anni ’80, contraddistinto da una graduale erosione delle conquiste del movimento operaio su scala europea, con il prevalere del “vincolo smithiano del pareggio di bilancio”, di una drastica subordinazione del ruolo dello stato alla legge del valore.

Questo grave arretramento sociale e ideologico è stato favorito e assecondato dall’ex sinistra, attraverso l’illusoria novella - oggi ripresa da Thomas Piketty nel suo recente “Il capitale del XXI secolo” – della regolazione o temperamento degli spiriti animali del mercato. Sennonché, il rovesciamento dei principi fondanti il keynesismo – che, ricorda Mazzetti, hanno permesso, tramite il ruolo della spesa pubblica e la scoperta del moltiplicatore, di generare socialmente quel lavoro salariato che nel settore privato veniva distrutto dal ciclo incessante dell’innovazione tecnologica - non ha sortito alcuna reale inversione di tendenza dell’economia.

Anzi, il rallentamento dei tassi di crescita della domanda aggregata ha esponenzialmente incrementato il campo della speculazione finanziaria (dal 119% del Pil mondiale del 1980 al 356% del 2007, secondo il rapporto McKinsey), mentre la terza grave crisi capitalistica esplosa nel 2008 e le “demenziali” politiche di austerità europee hanno provocato una prolungata depressione economica, con un tasso di disoccupazione a cui non si intravede come porre rimedio in un simile contesto. Al punto che un personaggio dell’establishment mondiale come Larry Summers ha coniato il concetto di “secular stagnation”. E, quando non si colpevolizzano i disoccupati per le condizioni in cui sarebbero precipitati per loro demerito, sia le cosiddette politiche attive del lavoro della flessisicurezza, sia il reddito di base incondizionato o di cittadinanza, appaiono risposte fallaci o inadeguate a soddisfare il diritto sociale al lavoro.

Perciò, come nei trent’anni gloriosi la spesa pubblica ha supportato la soddisfazione di fondamentali diritti sociali, tanto che le attività a tale scopo sono passate dal 10% del Pil prima della guerra al 50% degli anni ’80, per Mazzetti la riaffermazione del diritto al lavoro passa obbligatoriamente attraverso il rilancio e l’espansione della spesa pubblica in deficit da parte degli stati su scala internazionale. Questa dinamica comporta una rinnovata programmazione dell’economia da parte dello stato, che, gramscianamente, nell’avanzare “una nuova dimensione dell’interazione sociale”, dovrà riaprire come in Grecia una battaglia per l’egemonia sulla gestione della macchina statale.

Infine, al di là del disorientamento della sinistra radicale e comunista, il conflitto sociale per garantire il diritto al lavoro dovrà per forza di cose misurarsi con il tema storico della redistribuzione del lavoro su scala giornaliera e della intera vita lavorativa, a parità di salario, stante l’aspra e ineludibile contesa tra appropriazione sociale o appropriazione privata degli incrementi di produttività generati dall’innovazione tecnologica. l

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