Il vero obiettivo del Patto transatlantico su commercio e investimenti (TTIP) tra Ue e Usa è cambiare tutte le regole, contro la democrazia, a favore delle multinazionali

 

 

Di fronte al negoziato sul TTIP, il partenariato Ue-Usa su commercio e investimenti, forte è la preoccupazione per il rispetto della democrazia. Il governo italiano e l’ex commissario de Gutch si sono intestati il merito di aver pubblicato il testo del mandato negoziale. Un testo già trapelato nelle maglie del web, diffuso da una delle organizzazioni non governative che fanno “i cani da guardia” della Commissione europea. Mentre la nuova commissaria Malstrom fa della trasparenza la sua bandiera, resta il fatto che il negoziato è in corso da mesi in maniera del tutto segreta. Il Parlamento europeo e i parlamenti dei 28 paesi dell’Ue sono esclusi da ogni reale conoscenza sulle trattative, e saranno chiamati ad un voto “prendere o lasciare” a negoziato concluso. La commissione “Inta” (commercio estero) del Parlamento europeo e il “gruppo consultivo” della società civile hanno limitato accesso alla cosiddetta “reading room”, dove possono soltanto scorrere i testi fin qui elaborati.

Ma i pericoli per la democrazia sono ben più profondi e duraturi almeno per due istituti che il TTIP prevede: un Consiglio per la cooperazione regolativa (Regulatory cooperation council – Rcc) e un meccanismo di regolazione delle controversie investitore-Stato (Investor-State dispute settlement – “Isds”).

Il Consiglio - nominato dalla Commissione e dal governo Usa - dovrebbe sorvegliare sulle misure di armonizzazione delle legislazioni e delle regolazioni delle due parti e prevenire ogni futura modifica che possa avere conseguenze negative sulle liberalizzazioni commerciali del TTIP. In altre parole, l’attuale corpus legislativo e regolamentare dell’Unione sarà sottoposto alla armonizzazione con le leggi e i regolamenti statunitensi. Ogni futura iniziativa legislativa nell’ambito dell’Unione dovrà preventivamente essere vagliata da questo organismo tecnico, privo di alcun mandato democratico.

Il cosiddetto Isds, d’altro canto, è un meccanismo di arbitrato internazionale al di fuori del normale sistema giudiziario. Introdotto fin dagli anni ’50 in molti trattati bilaterali sugli investimenti (Bit), intendeva proteggere gli investitori occidentali in paesi dai fragili sistemi legali per dare all’investitore straniero le stesse opportunità dell’investitore locale di fronte allo Stato. L’esplosione nell’ultimo decennio delle cause intentate da potenti multinazionali contro diversi Stati ha dimostrato che il meccanismo consente alle sole multinazionali di chiamare a giudizio Stati e governi – con risarcimenti di centinaia di miliardi di euro – perché provvedimenti di legge danneggerebbero i profitti preventivati all’atto dell’investimento.

Alcuni esempi recenti: la Germania è stata chiamata in causa dalla Vatterfall per la chiusura delle centrali nucleari; l’Australia dovrebbe risarcire la Philip Morris per la legge che prescrive di indicare sui pacchetti di sigarette la nocività del fumo; l’Egitto deve rispondere ad una richiesta di danni della francese Veolia per aver aumentato il salario minimo.

Di fronte al rifiuto dei governi di Germania e Francia, la Commissione ha aperto una consultazione pubblica sull’Isds nel TTIP: il 97% dei 150mila che hanno risposto ha detto no ! Ma l’Isds è incluso nell’accordo concluso con il Canada, il “Ceta”. La CES e la CGIL hanno e dichiarato la loro totale opposizione al Ceta per l’inserimento dell’Isds, così come per la “lista negativa” sui servizi e l’inesigibilità del capitolo sui diritti del lavoro.

Basterebbe questo per chiedersi se i rischi legati al TTIP valgano la candela, quando anche le migliori previsioni di crescita economica derivanti dall’accordo – così come propagandate dalla Commissione – si riducono “ad una tazzina di caffè per ciascuno a settimana!” (2,50 euro a settimana). Un caffè davvero amaro …. 

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