Quantomeno inopportuno gridare alla vittoria. Il provvedimento era atteso, sollecitato e necessario. Ma è tardivo, e rischia di non essere all’altezza della sfida.

Il 19 maggio scorso si è concluso il lungo iter parlamentare ed è stato approvato il disegno di legge che introduce nel codice penale i reati ambientali di inquinamento, disastri ambientali, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, e impedimento di controllo, con pene fino a 15 anni di reclusione per il reato di disastro ambientale.

Il testo prevede la circostanza aggravante e l’aumento delle pene, quando l’associazione a delinquere semplice e di tipo mafioso sono finalizzate ai delitti ambientali; dispone la riduzione delle pene per i delitti ambientali colposi; introduce la riduzione di pena per il ravvedimento operoso nei delitti ambientali, nell’associazione a delinquere aggravata dalla finalità ambientale, e nell’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti. Prevede, inoltre, che per i delitti ambientali sia sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prodotto o profitto del reato, e che il recupero e il ripristino ambientale sia posto a carico del condannato.

Il provvedimento era atteso da almeno vent’anni, ed è stato salutato con entusiasmo da alcune associazioni ambientaliste. Il riconoscimento dei reati contro l’ambiente è assolutamente indispensabile per punire chi avvelena la nostra terra, inquina l’acqua e l’aria, causa gravi danni alla salute e alla vita di intere popolazioni, compromette l’ambiente e devasta l’ecosistema e la biodiversità. Questo provvedimento tardivo, però, rischia di non essere all’altezza della sfida.

La direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente imponeva agli Stati membri di adoperarsi per istituire i reati ambientali e di punirli con sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive entro il 26 dicembre 2010. Oggi le pene previste non sembrano rispondere a questi obiettivi, sopratutto se si considerano le varie riduzioni previste. Un reato gravissimo quale il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo, per esempio, se produrrà pericolo di vita per le persone, sarà punito al massimo con 9 anni di reclusione, e la pena potrà essere ridotta fino alla metà se il fatto sarà commesso per colpa e in caso di ravvedimento operoso.

Altro punto di debolezza del disegno di legge sono le definizioni dei reati. Il ddl dispone che l’inquinamento ambientale, per essere tale, debba determinare una compromissione o un deterioramento rilevante dello stato del suolo, del sottosuolo, delle acque e dell’aria, dell’ecosistema, della biodiversità, della flora e della fauna. Il disastro ambientale, per essere accertato, dovrà essere commesso “abusivamente”, comportare un’alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema, e l’eliminazione dell’alterazione deve essere particolarmente onerosa. Definizioni interpretabili, che potrebbero rendere estremamente difficile l’accertamento del reato. Nel caso poi del disastro ambientale, la parola “abusivamente” rischia di lasciare impuniti tutti i disastri ambientali causati da impianti regolarmente autorizzati, come nel caso dell’Ilva.

Per queste ragioni ci sembra quantomeno inopportuno gridare alla vittoria, anche se il provvedimento era atteso, sollecitato e necessario. Di certo festeggeranno le compagnie petrolifere che sono riuscite a far stralciare dal provvedimento il reato di airgun, la tecnica usata per la ricerca di idrocarburi nei fondali marini che, con spari fortissimi e continui di aria compressa per verificare la composizione del sottosuolo, produce gravissimi danni all’ambiente marino, alla biodiversità e alla pesca.

Le compagnie petrolifere potranno continuare le loro ricerche e poi l’estrazione degli idrocarburi nel nostro mare, pagando royalties che sono tra le più basse al mondo, frenando la transizione energetica e tutti i benefici economici, di sicurezza energetica e occupazionale che ne derivano, deteriorando il clima e rovinando la salute delle popolazioni.

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