Dalle interviste di Massimo Franchi la necessità di ricostruire l’alleanza tra l’insediamento tradizionale del sindacato e le fasce di precarietà del lavoro degli ultimi vent’anni.

Il libro di Massimo Franchi “Il sindacato al tempo della crisi” (Ediesse, 2015) presenta una struttura singolare e molto interessante: a un’introduzione dell’autore seguono nove interviste strutturate su dieci domande identiche, e una conclusione dell’autore. L’interesse sta nel fatto che i nove interlocutori costituiscono un insieme molto diversificato: i tre segretari generali di CGIL, CISL, UIL; tre importanti intellettuali che si sono misurati con le novità in materia di lavoro e sui loro riflessi sulle relazioni sindacali (Giuseppe De Rita, Aldo Bonomi, Luciano Gallino), e tre lavoratori scelti per la loro collocazione non tradizionale: una titolare di partita Iva, una giornalista free lance, un facchino socio di cooperativa.

Ne vien fuori un libro volutamente diseguale, date le diverse collocazioni e provenienze degli interlocutori, cui Franchi si sforza di trovare, nell’introduzione e ancor più nelle conclusioni, una convergenza nelle terapie suggerite. Nel senso che da tutti verrebbe confermata la necessità e la positività di un sindacato “confederale” nell’approccio, sia pure con molte differenze nelle proposte avanzate.

In effetti lo sforzo di Franchi appare di particolare difficoltà se si presta ascolto agli intellettuali, molto diversi fin dalle premesse valoriali e quindi nelle conclusioni. Mentre si coglie un terreno comune di fondo leggendo le risposte dei segretari confederali e dei tre lavoratori: un futuro il sindacalismo confederale ce l’ha, ma necessita di un cambiamento profondo.

Il modo con cui si debba intendere il cambiamento è ovviamente variegato, ma Franchi giustamente lo individua soprattutto in un punto: ricostruire l’alleanza, o più correttamente l’interlocuzione, tra l’insediamento storico tradizionale del sindacato e le fasce di novità/precarietà che hanno pesantemente modificato il mondo del lavoro negli ultimi venti anni.

Si tratta del tema decisivo, senza alcun dubbio, su cui si giocherà il futuro del sindacalismo confederale. E come spesso accade diverse sono anche le impostazioni riscontrabili nelle interviste. Eppure ha ragione Franchi nel sottolineare come questo tema sia certamente la risposta obbligata verso politiche generali non certo labour friendly imperanti in Italia e in Europa, ma anche per sconfiggere lentezze e sordità imputabili al sindacato.
Qui il discorso si intreccia, per quanto riguarda la CGIL, con la storia di NidiL. Franchi riporta con favore gli accordi già raccolti in una pubblicazione di NIdiL in occasione dell’ultimo congresso confederale (“Le frontiere della contrattazione inclusiva”, con prefazione dello stesso Franchi e di Giuseppe Casadio), rilevando tuttavia come si tratti di elementi ancora troppo di nicchia. Il che naturalmente è vero, anche se si riscontrano nel recente passato importanti svolte quali ad esempio il progetto con Fiom su Melfi, e il lavoro comune con Fillea e Flai rispettivamente sui titolari di partita Iva in edilizia, e sulla somministrazione in agricoltura.
Sulle analisi di Franchi si possono avanzare dubbi o perplessità, ad esempio sui rischi paventati di diventare “sindacato di servizio”. O sulle proposte legate al tema della trasparenza, su cui – almeno come CGIL – ci sembra che passi avanti conclusivi siano stati compiuti, da ultimo con le delibere approvate a dicembre dal Comitato Direttivo.

Certo è che la prossima Conferenza di Organizzazione, con l’esplicito legame che istituisce tra assetti organizzativi e pratica della contrattazione inclusiva, sarà chiamata a varare una fase di diffusa sperimentazione, affinché, al prossimo congresso, si possa davvero impostare una politica sindacale in grado di portare a sintesi la difesa dell’insediamento tradizionale con la rappresentanza del “nuovo” lavoro. Se ci riusciremo, anche questo libro avrà contribuito a quel risultato.

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