C’era attesa per la sentenza della Corte Costituzionale sulla illegittimità del blocco dei contratti del pubblico impiego. A ben vedere, la decisione della Consulta è stata nel solco della sua giurisprudenza. Delle sentenze nelle quali aveva stabilito che il blocco può essere solo temporaneo. Perché il contratto è un diritto. E a ribadirlo non poteva esserci miglior giudice dell’organo che è custode della Carta fondamentale della Repubblica, e dei suoi valori.

In discussione c’erano le norme che, a partire da quelle del governo Berlusconi nel 2010, avevano bloccato stipendi e contrattazione del pubblico impiego. Il tutto per sei anni, vista la proroga del 2013 valevole fino al prossimo 2016. Insieme alla illegittimità del blocco contrattuale, i giudici della Consulta dovevano anche stabilire se dovesse esserci una retroattività della decisione. In altre parole, se dovesse essere sbloccato anche il potenziale aumento dei salari nel periodo 2010-15.

Allarmatissima, l’Avvocatura dello Stato si era difesa in giudizio ricordando che il peso di uno sblocco per il periodo 2010-15 sarebbe costato 35 miliardi. Ma la ha Consulta non ha deciso su una questione di cifre. Ha deciso sul principio del diritto al contratto. E già quest’anno il governo dovrà impiegare circa 600 milioni, per gli aumenti dovuti alla vacanza contrattuale. Mentre i sindacati del pubblico impiego, dove lavorano più di tre milioni di persone, hanno già chiesto di rinnovare subito il contratto.

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