Pensi a Ikea e immagini clienti in fila, come all’entrata di un moderno paese dei balocchi. Negli enormi spazi vendita della multinazionale svedese si può trovare di tutto, una volta si sarebbe detto “dall’ago all’elefante”. C’è chi va per bersi un caffé, poi esce con una libreria “Billy”, oppure con un set da giardinaggio, o ancora con tre pacchi di biscotti svedesi alla cannella, naturalmente in offerta.

In meno di vent’anni l’Ikea ha colonizzato il bel paese, piazzando i suoi negozi-carrarmati in grandi e piccole città, come nel Risiko. Gli annunci di ‘prossime aperture’ sono sempre più spesso sulle pagine dei giornali. Il just in time – prendi e porti a casa – funziona.

Ogni medaglia ha però due facce. I lavoratori che fanno andare avanti i grandi magazzini della multinazionale svedese - dal lunedì alla domenica, sette giorni su sette - sono davvero arrabbiati. Motivo: Ikea vuol dire addio al contratto integrativo. Quasi inutile spiegare che per i dipendenti significherebbe rinunciare a una parte importante dello stipendio, legata alle maggiorazioni salariali per domeniche, festivi e premi di produzione. Stefano Morgantini è un delegato della Filcams Cgil, lavora in Ikea dal 1993. Un veterano insomma, assunto quando l’azienda muoveva i suoi primi passi in Italia. In viale Svezia, a Collegno nel torinese, gli addetti sono più di quattrocento. “Sono vicino alla pensione - racconta Morgantini - resterò in Ikea fino ad agosto, voglio portare in fondo la battaglia sul contratto”.

Se i manager della multinazionale non vedono l’ora che Morgantini attacchi le metaforiche scarpette al chiodo, il diretto interessato è di parere opposto. Sembra uno di quei quadri operai usciti dalla penna di Lina Wertmueller. “A fine maggio è arrivata la disdetta del contratto stipulato 25 anni fa”, spiega Morgantini. Un provvedimento che colpisce tutti i dipendenti, e affonda in particolare quelli che hanno un part-time a 20, 24 o 28 ore. “Sono più della metà dei miei colleghi, persone che senza premi e domeniche guadagnerebbero circa 550 euro al mese, e solo grazie alle integrazioni arrivano a 750. Sono disperati, stiamo parlando di giovani, genitori separati, famiglie monoreddito”.

Il contratto integrativo è scaduto lo scorso anno, in questi mesi sarebbero dovute iniziare le trattative per il rinnovo. “Ma l’azienda non sente ragioni - prosegue Morgantini - eppure le nostre proposte sono state messe nero su bianco a dicembre, con la piattaforma”. I sindacati hanno deciso lo stato di agitazione in tutta Italia, chiedono a Ikea di ritirare la disdetta. Il 6 giugno i combattivi lavoratori di Collegno hanno incrociato le braccia, sciopero riuscito e assemblee partecipatissime.

Chi ha il vecchio contratto per lavorare la domenica riceve il 130% in più della paga giornaliera, “ma sono in pochi. Per tutti gli altri il lavoro nel dì di festa vale una maggiorazione del 30%”. Non basta, Ikea vorrebbe rendere variabile il premio aziendale, che i lavoratori ricevono a fine anno, e cambiare i criteri per il premio di partecipazione. “Sono misure che renderebbero il lavoro più precario”, chiarisce Morgantini. Senza contare che questa decisione unilaterale dell’azienda spazza via gli accordi interni ai singoli punti vendita, faticosamente ottenuti negli anni. “Piccoli importanti traguardi come la pausa di quindici e non di dieci minuti, e otto festività pagate al 130%”.

Quando si parla di Ikea si parla di un gigante con più di seimila addetti. “Non ci siamo comportati da integralisti, siamo stati responsabili - precisa Morgantini - abbiamo gestito con l’azienda le fasi per giungere agli accordi del luglio 2014”. Sulla carta Ikea chiede un rinnovo dell’integrativo ‘equo e sostenibile’. “Un’idea l’avrei - risponde Morgantini - un dirigente prende uno stipendio di 5mila euro al mese, un lavoratore part-time di 700. Portiamo il lavoratore a 1.200 e il dirigente a 4mila. Ci sarebbe un risparmio netto di 500 euro. Noi le nostre proposte le abbiamo fatte. Ma l’azienda non le ha neppure prese in considerazione”. Impossibile dargli torto, i numeri sono quelli. Anche l’andamento del settore sembra favorire la multinazionale svedese, visto che un diretto concorrente come MercatoneUno è in forte crisi. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. A Collegno Ikea ha dimenticato l’importanza degli accordi integrativi. 

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