Dietro gli sbandierati aumenti dei posti di lavoro, ci sono bassi tassi di attività, lavoro sommerso e part-time involontario. La realtà che Renzi e Poletti tentano di nascondere.

Di norma le comparazioni sui dati di carattere economico e occupazionale dovrebbero avvenire su base annuale. Mentre le rilevazioni di carattere trimestrale, di per sé cumulative, non dovrebbero prestarsi ad essere utilizzate a scopi propagandistici, come invece il governo Renzi, dopo il Jobs Act, si è abituato strumentalmente a fare. Tra l’altro la contradditorietà dei dati forniti dalle varie fonti istituzionali (Istat, Inps, Ministero del Lavoro, ecc.) o associative (prevalentemente di parte confindustriale) ingenera solo confusione o false aspettative, che vengono regolarmente smentite dalla cruda realtà materiale.

Al presunto aumento dell’occupazione del primo quadrimestre 2015, è seguito un pesante calo della produzione (– 0,3% rispetto a marzo), al punto che gli economisti Paolo Pini e Roberto Romano, sulla base della lettura di alcuni indicatori economici, hanno pubblicato sul quotidiano “il manifesto” del 4 Giugno un commento significativamente titolato “Occupazione, c’è qualcosa che non torna”. Cosa non torna è assai chiaro, dato che in questi giorni si stanno concludendo gli ultimi cinque mesi della cassa in deroga per tutti i settori (artigianato, commercio, ecc.) che non hanno la cassa integrazione ordinaria, oltre al fatto che proseguono le trattative nei tavoli aperti delle ristrutturazioni in corso nelle medie e grandi aziende industriali, commerciali, alimentari, ecc.

Pertanto, anche dove non scattano i licenziamenti per riduzione del personale, da molto tempo si susseguono in tutti i territori del nostro paese trasformazioni dei rapporti di lavoro full-time in part-time involontari a 3, 4 o 6 ore di lavoro giornaliere. Quando le aziende avranno carichi di lavoro superiori, a questi lavoratori e lavoratrici sarà richiesto di prestare lavoro fino a un massimo di 40 ore settimanali, retribuite tramite la voce “lavoro supplementare” (con una maggiorazione prevista dai contratti nazionali del 10%).

Questa è una delle tante facce della flessibilità all’italiana che andrebbe meglio indagata, in quanto computando chi è a part-time involontario (oltre un milione di persone in più nell’ultimo quindicennio) si comprenderebbe meglio la vera composizione dell’occupazione complessiva. Infatti, se non si spiega la differenza fra persone occupate e le unità di lavoro a tempo pieno, ove due part-time equivalgono ad una unità di lavoro equivalente, si possono costruire solo montagne di carta sulla crescita occupazionale.

Inoltre, se tra i paesi europei brilliamo per il basso tasso di attività della forza lavoro, con poco meno di 22 milioni e mezzo di occupati (mentre la Gran Bretagna con una popolazione pressochè identica può vantare ben 30 milioni di occupati), ciò evidenzia l’enorme quantità di lavoro sommerso, in nero, che caratterizza il nostro paese, oltre alle contraddizioni che lacerano l’intero corpo sociale. Con la creazione, come segnala acutamente Chiara Saraceno nel suo ultimo volume “Il lavoro non basta” (Feltrinelli), di una massa crescente di lavoratori poveri.

Altresì, a fronte dell’effettivo rilancio delle esportazioni da parte delle aziende collocate in una determinata fascia della divisione internazionale del lavoro, la parte maggioritaria del nostro tessuto produttivo risente della pesante caduta dei consumi interni, stante l’acuirsi delle diseguaglianze economiche tra le classi sociali, poichè non si è voluto intervenire per ridurre la pressione fiscale sul mondo del lavoro e sui pensionati, nonché adottare misure di sostegno per i ceti meno abbienti.

Infine, se si considera che dagli Usa ci proviene la notizia della terza battuta d’arresto del Pil dal 2008 (-0,7% nel primo trimestre), non solo si conferma la tendenza alla “secular stagnation” capitalistica, ma per l’illusionismo politico alla Matteo Renzi si profila un quadro economico-sociale tutt’altro che roseo.

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