Il sistema politico turco impostato negli ultimi anni da Recep Tayyip Erdogan (più volte primo ministro a partire dal 2003) e dal partito Akp ha puntato verso il presidenzialismo, con modalità tipicamente turche: senza l’adeguata garanzia di un contrappeso, come ad esempio un Congresso rappresentativo del popolo turco. In pratica si puntava a instaurare un “sultanato del XXI secolo”.

L’ attuale Costituzione turca prevede che il Presidente della Repubblica debba costituire una voce imparziale. Tuttavia, prima delle elezioni, Erdogan ha preso parte attivamente alla campagna elettorale, e ha chiesto espressamente ai cittadini di portare voti all’Akp. Tre partiti (Mhp, Akp, Chp) hanno ricevuto soldi dallo Stato per finanziare le attività a fini elettorali, sulla base della percentuale di rappresentatività nel Parlamento uscente.

Prima delle elezioni del 7 giugno, i Kurdi partecipavano alle elezioni in veste di candidati individuali e indipendenti. Quelli eletti formavano un gruppo parlamentare, una volta insediati nella grande Assemblea nazionale turca. Ciò era avvenuto, ad esempio, dopo le elezioni del 2007 e nel 2011. C’era il problema del superamento della soglia di sbarramento del 10%, introdotta dai militari nelle norme costituzionali dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980.

Ora per la prima volta i Kurdi, avendo basato la loro campagna elettorale su un progetto di convivenza fondato sul confederalismo democratico, hanno saputo costituire una vasta coalizione con varie realtà sociali (ad esempio, il movimento Lgbt), di varia ispirazione religiosa (alaviti, sunniti, yazidi, cristiani...) e di varie nazioni (greci, assiri, arabi, armeni, rom, circassi, turchi...). Dunque una coalizione molto inclusiva. Questa è la base del Partito democratico dei popoli, Hdp, che si fonda su un principio paritario, co-presieduto da una donna, Figen Yüksekdag˘, e da un uomo, Selahattin Demirtas¸.

Partecipando per la prima volta alle elezioni, l’Hdp è riuscito a superare la soglia e a conseguire il 13,1% dei voti. Ora dispone di 80 parlamentari. Quanto agli altri partiti, l’Akp ha ottenuto il 40,9% dei voti e 258 deputati; il Chp ha ricevuto il 25% dei voti e 132 deputati; l’Mhp ha avuto il 16,3% dei voti e 80 deputati. I parlamentari dell’Hdp si caratterizzano per varietà di origine (assiri, yazidi, alaviti, armeni ...) e per la forte presenza femminile: le donne elette nelle liste dell’Hdp sono 31!

Il nuovo partito ha non solo superato la soglia, ma anche fermato l’Akp ed Erdogan, che non possono più trasformare il sistema elettorale e istituzionale turco: per cambiare la Costituzione dovrebbero avere almeno 367 deputati. Inoltre, per formare un governo monopartitico, dovrebbero disporre di 276 seggi. L’ingresso nella grande Assemblea nazionale dell’Hdp ha dunque fermato l’Akp, che non può governare da solo e deve formare una coalizione.

La coalizione migliore sarebbe quella fra Akp e Chp: una grande coalizione potrebbe agire infatti per democratizzare il paese e anche per riprendere i negoziati con il leader del popolo kurdo, Abdullah Öcalan, interrotti in aprile dal governo uscente. Una ripresa dei negoziati fra il governo di coalizione e Öcalan avrebbe il sostegno dell’Hdp. La coalizione potrebbe inoltre operare per risolvere i problemi di varie categorie (lavoratori, giornalisti...) e garantire i loro diritti.

Negli ultimi anni la linea politica dell’Akp sul Medio Oriente è stata negativa, risultando distruttiva in particolare per la Siria. Si è basata sull’appoggio a Jabhat Al-Nusra, Daesh (Is) e altri gruppi jihadisti, anche allo scopo di eliminare i gruppi kurdi presenti nel Rojava. La resistenza kurda, nel Rojava e in particolare a Kobane, non ha consentito ai jihadisti di occupare tali terre.

L’iniziativa dei jihadisti, partita da Mosul e indirizzata verso Kobane, è stata fermata dai Kurdi. Inoltre, il risultato elettorale dell’Hdp del 7 giugno ha fermato il governo turco, che ora non può più appoggiare i jihadisti. La Turchia deve passare a una politica mediorientale positiva, tendente a risolvere i problemi causati dal regime siriano e dai gruppi jihadisti in Siria; deve appoggiare movimenti democratici che in Siria contrastano Assad e i jihadisti. Deve tener conto specialmente dei gruppi presenti nel Rojava. Deve, inoltre, aprire un corridoio umanitario nella zona di frontiera fra Turchia e Siria.

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