Pensata, progettata e realizzata in meno di due settimane, la marcia delle donne e degli uomini scalzi per un’Europa senza muri è riuscita a colpire l’immaginario collettivo del paese. “Una palla di neve che è diventata una valanga”: l’immagine, evocativa, di Giulio Marcon si è legata a quella di decine di migliaia di italiane e italiani che in settanta città hanno camminato scalzi, come chi ha perso le scarpe nella traversata in mare o le ha consumate in una lunga marcia in fuga dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla miseria. Non è stato solo un evento simbolico, chi ha partecipato chiede cambiamenti profondi delle politiche migratorie.

Con la certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature; un’accoglienza degna e rispettosa per tutti; la chiusura e lo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione dei migranti; la creazione, infine, di un vero sistema unico di asilo in Europa.

Richieste sottoscritte da una Cgil che anche stavolta è stata motore principale della mobilitazione, dalla parte dei milioni che si scontrano con i nuovi muri, le discriminazioni e i razzismi delle destre populiste continentali.
A loro il sindacato ha risposto con un monito, profondo come il mare: “Non vogliamo vedere mai più bimbi morti sulle spiagge, cadaveri di persone asfissiate, annegate, volti segnati dalla sofferenza che cercano rifugio in Europa e si trovano di fronte ad egoismi indegni della tradizione e della civiltà europea”.

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