Perché nel Mezzogiorno, e quindi anche in Campania, la crisi ha avuto effetti così devastanti rispetto ad altre regioni? Non bisogna sottacere le scelte di politiche economiche per il sud, segnate da decenni da ingenti sottrazioni di risorse pubbliche.

L’Italia si sta avviando verso una ripresa, anche se debole, che rischia però di lasciare indietro il Mezzogiorno, confermando un dualismo tra aree forti e deboli del paese, evidenziatosi già prima della crisi.
Il depauperamento di risorse imprenditoriali, finanziarie e umane rischia di impedire al sud di agganciare la ripresa, condannandolo ad un sottosviluppo permanente. Il protrarsi della crisi, a partire dal 2007, ha creato gravi difficoltà nel sistema economico regionale campano, con una perdita di circa 13 punti di pil fino a oggi. Il calo più consistente è da attribuire agli investimenti, che si sono contratti del 25%. Il contenimento dei livelli di consumo delle famiglie, insieme al peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, sono evidenti laddove si registra una perdita di circa 11 punti di pil procapite.

L’ampiezza della crisi si manifesta nella crescita dei livelli di disoccupazione ma anche dei livelli di occupazione e del ricorso crescente agli ammortizzatori sociali, che registrano un aumento esponenziale della cig straordinaria e in deroga. Il tasso di disoccupazione è salito al 25%, mentre il tasso di occupazione è stimato intorno al 40%, ben 17 punti in meno della media nazionale.
Il rapporto “BES 2014” sul benessere sostenibile, presentato al Cnel, rileva il divario nord/sud e dimostra che l’impiego stabile è appannaggio del solo 27% della popolazione maschile, ancora meno per donne e giovani, con una percentuale di lavoratori in nero del 20%, il doppio della media nazionale. Anche per questo è cresciuta l’emigrazione, in altri paesi europei e interna dal sud al nord del paese. Mettendo insieme i dati di povertà relativa e povertà assoluta, i poveri in Campania sono oltre 1.300.000, di cui oltre 130mila i minori censiti (ultimo rapporto Caritas).

Tutti questi dati, così negativi, descrivono una regione sull’orlo di una rottura sociale, con fenomeni di microcriminalità in aumento, specialmente nelle fasce di età giovanile.
Una domanda viene spontanea: perché nel Mezzogiorno, e quindi in Campania, la crisi ha avuto effetti così devastanti rispetto ad altre regioni italiane? Hanno certo influito le carenze infrastrutturali, un uso distorto delle risorse pubbliche, la lentezza della giustizia civile, una profonda e diffusa economia sommersa, quasi totalmente in mano alla criminalità organizzata e una classe politica e imprenditoriale non all’altezza dei problemi.
Non bisogna, però, sottacere, o ritenere poco importante, le scelte di politiche economiche per il Mezzogiorno, che ormai da decenni sono state segnate da ingenti sottrazioni di denaro pubblico. Ricordiamo gli anni del governo Berlusconi, quando l’allora ministro Tremonti trasformò le risorse Fas in un bancomat per qualsiasi provvedimento di spesa a favore delle regioni settentrionali. Nello stesso segno anche il governo Renzi, che sottrae al sud 3,5 miliardi di euro, utilizzati per coprire il bonus contributivo destinato ai neo assunti, così come deciso dal jobs act.

Per invertire la rotta bisogna rivolgere l’attenzione alle risorse attivabili nel ciclo della programmazione 2014-20 dei Fondi strutturali europei; a investimenti, pubblici e privati, per un piano di rinnovo di infrastrutture, di manutenzione idrogeologica, di formazione e ricerca. E’ necessario utilizzare la leva fiscale per contrastare il sommerso con la lotta all’evasione, alla corruzione e all’economia illegale.

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