In “Un uomo bruciato vivo” (Chiarelettere), Dario Fo e Florina Cazacu ripercorrono la tragica vicenda di Ion Cazacu, bruciato vivo dal suo datore di lavoro, e dell’amaro epilogo del processo all’omicida. Il messaggio di Florina è chiaro: “Non bisogna arrendersi, non bisogna accettare le ingiustizie”.

Suscitò grande indignazione nell’opinione pubblica, e una immediata mobilitazione del movimento sindacale, la tragica morte di Ion Cazacu, bruciato vivo a Gallarate il 14 marzo del 2000 con una tanica di benzina dal suo datore di lavoro Cosimo Jannece, e spirato dopo un’agonia durata trenta giorni nel reparto grandi ustionati dell’Ospedale di Sanpierdarena a Genova.

Il lancinante dolore della famiglia è stato ulteriormente acuito da una storia processuale tutt’altro che esemplare. Nel primo e nel secondo grado di giudizio erano stati inflitti a Jannece trent’anni di reclusione, per omicidio volontario aggravato. Per un difetto di forma la Cassazione rinviò nuovamente il processo di secondo grado alla Corte d’assise d’appello di Milano, che ha ridotto la pena a sedici anni, confermando solo la volontarietà del caso. Sedici anni che saranno ridotti a dieci durante l’esecuzione della pena, grazie allo sconto per buona condotta.

Allora, altro che imprecazioni per una giustizia più che dimezzata, solo la testimonianza scritta può raccontare una storia che è la misura di quella profonda regressione del diritto del lavoro che ha caratterizzato il nostro paese a partire dagli anni ’80. E non a caso il libro “Un uomo bruciato vivo”, che raccoglie il dialogo tra Dario Fo e Florina Cazacu (la figlia di Ion), edito per Chiarelettere (pagine 97, euro 10), è stato presentato dalla Fillea CGIL di Varese a Gallarate, toccando le corde sensibili del pubblico che affollava il Teatro del Popolo.

D’altronde, la tragica vicenda di Ion si è sviluppata in quel campo di battaglia, minato dalla logica infernale dei subappalti e del lavoro nero, che contraddistingue storicamente il settore dell’edilizia. Lì dove la rivendicazione dei propri diritti, e di una condizione dignitosa di lavoro, si scontra brutalmente con le condizioni di ricatto esercitate con modalità “bestiali” da parte di imprenditori e caporali di ogni risma. Ion sicuramente aveva tentato di recuperare con Jannece quanto non era stato corrisposto a lui e ai suoi compagni di lavoro, così come Florina si batte orgogliosamente e senza peli sulla lingua, in nome di suo padre, per rivendicare le spettanze del suo compagno Andrej.

Per queste ragioni il messaggio di Florina è chiaro e diretto: “Non bisogna arrendersi, non bisogna accettare le ingiustizie”. Anche se amaramente sottolinea che non si sarebbe mai immaginata che chi emigra per migliorare la propria sorte, per sopravvivere, debba invece fare i conti con situazioni assurde di inospitalità, e addirittura di degrado della condizione umana.

Ma quando un ordine economico e sociale ha strutturalmente al suo interno settori di lavoro nei quali è consistente l’utilizzo di manodopera al ribasso – dall’agricoltura ai trasporti, dall’edilizia al turismo, come puntualmente segnala Salvatore Cannavò nella sua postfazione - la giustizia tanto auspicata è tutta da conquistare, attraverso dure lotte sindacali e adeguati provvedimenti legislativi. Infatti è passata come una mera notizia di cronaca, il 15 settembre 2014 a Fermo, l’uccisione a colpi di pistola da parte del datore di lavoro di due operai kossovari, solo perché rivendicavano quindicimila euro di arretrati.

Urge un rinnovato impegno del movimento sindacale, per contrastare sia lo sfruttamento bestiale della forza lavoro che il dilagare, soprattutto in tempi di crisi prolungata, del lavoro sommerso e in nero, nella consapevolezza che l’azione sindacale incontra senz’altro maggiori difficoltà e ostacoli là dove deve misurarsi con un tessuto produttivo polverizzato sul territorio.

©2019 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search