Stralci di un intervento contro la guerra in Iraq del compagno Ingrao, dirigente comunista, difensore della Costituzione repubblicana e del movimento operaio.

(…) Ho innanzi a me il cartoncino che annuncia questo nostro incontro, e ha in testa un nome e una frase. Cita l’articolo 11 della Costituzione, e la frase grave e impegnativa che lo connota: «L’Italia ripudia la guerra». C’è stato un momento in cui parve che quell’articolo fosse cancellato e superato. E a chi lo evocava veniva risposto che ormai l’impegno dell’Italia repubblicana nella guerra e nella pace era segnato da un altro codice, che era quello delle Nazioni Unite. E anche il presidente della Camera, Casini, sembrò aderire a questa lettura, che alla fine fatalmente sembrava allontanare (sbiadire e confinare nel passato) la Carta costituzionale, visto che si annullava quel suo punto cruciale, e - dico io - così significativo della volontà che muoveva i Padri costituenti.

Davvero si poteva disporre così facilmente della Costituzione repubblicana? E come si poteva seppellire quel suo disposto sulla guerra? Poi vennero la fine del Duemila e il discorso del presidente della Repubblica, che tornava a leggere quell’articolo 11 e il suo «no» alla guerra, anche se il presidente si affrettava ad evocare subito «la partecipazione dell’Italia alle missioni per il mantenimento della pace e di lotta al terrorismo»: come a purgare quell’articolo 11 da un difetto di provincialismo. E invece quell’articolo da tutto nasce fuorché da una vicenda provinciale, figlio diretto come esso è della terribile esperienza di due guerre intercontinentali: e a quella tragica vicenda mondiale guardava chi l’aveva scritto.

E in verità ancora adesso ciò che ha riportato alla ribalta quel dettato della Costituzione è un evento mondiale. A trarre dall’ombra quel brano della Costituzione italiana è la nuova dottrina (e la pratica, temo) enunciata dal presidente americano dinanzi al suo Paese e al mondo: quella dottrina che afferma la necessità e la legittimità della «guerra preventiva», questa nuova codificazione del ricorso alle armi. L’ultimo decennio del Novecento aveva visto il ritorno e via via la «normalizzazione della guerra», più o meno depurata dalla sua violenza dall’aggiunta di quegli aggettivi: «giusta» o «santa», quasi nettata del suo sangue da una carica di eticismo, e in ogni modo assunta come momento «normale» dell’agire politico, e tuttavia pur sempre come ultima ratio, come conseguenza obbligata di un agire dell’avversario non altrimenti contenibile. Oggi invece dalla potenza americana viene assunto come criterio l’agire prima, il ricorso preventivo alle armi, il precedere l’avversario.

E davvero così diventa arduo definire dei criteri di legittimità. L’idea della guerra di difesa - a cui tanto hanno fatto ricorso, nei secoli, nazioni ed imperi - si rovescia nel suo contrario: l’attacco preventivo diventa il criterio di una strategia fatale per governare l’irrequietezza del mondo. E questo a me sembra non solo una lettura agghiacciante del governo del mondo, ma anche un regalo inaspettato fatto agli strateghi sanguinosi del terrorismo per poter giustificare la loro cieca semina di morte, e una spinta ai capi disperati di Hamas a predicare ancora per dire agli adolescenti: fatti kamikaze, non hai altra via. Domando: di fronte a questo nuovo codice mondiale a che titolo potremo dire al dittatore nord-coreano «distruggi le tue atomiche»? Quando Stati, nazioni, popoli si sentiranno esposti, in ogni momento, ai rischi della iniziativa preventiva del più forte? La parola disarmo già era scomparsa dai cieli di questo pianeta. Adesso appare persino ridicola nel nuovo tempo della guerra preventiva. Questo è il nuovo scenario. Che ha a che fare con il ripudio della guerra chiesto dall’articolo 11? Certo se ne può ricavare la conseguenza che quella Costituzione è morta. Ma anche la Carta dell’Onu va in polvere se avanza la guerra preventiva. O almeno diventa arduo alzare la bandiera dell’Onu e tacere sulla guerra preventiva. (...)

Adesso sento la responsabilità grande che pesa su di voi - deputati del popolo - nel grave frangente che attraversa il mondo. (...) Diciamoci la verità: c’è chi considera ormai un pesante ingombro queste assemblee, questi luoghi della rappresentanza di fronte al nuovo potere dei Capi, nel tempo nuovo della guerra preventiva e dei nuovi disegni imperiali. Non io, né altri nel Paese la pensiamo così. Anzi crediamo ancora alla rappresentanza larga. E pensiamo che sulla guerra e sulla pace debbano parlare e pesare la larga rete delle assemblee: dai Comuni, alle Province, alle Regioni. (…)

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