Di fronte al disegno di legge di stabilità, una sintesi efficace è arrivata da Susanna Camusso: “Una manovra espansiva solo per alcuni, e mediamente non con tutta quella parte fondamentale per la crescita del paese che si chiama mondo del lavoro”. Ma nel progetto del Pd di Matteo Renzi, che guarda già alle elezioni amministrative di primavera cercando di costruire un suo peculiare blocco sociale, il lavoro buono e di qualità, con i suoi diritti e e sue tutele, resta subordinato al modello “meno tasse, meno pubblico e più mercato” che, nell’Italia di oggi, garantisce una cospicua rendita elettorale.

Portando a compimento la parabola del Pd che, come peraltro era stato disegnato al Lingotto da Walter Veltroni, si vuole porre al centro del sistema politico, per raccogliere il consenso del vasto elettorato italiano in fuga dal fallimento della cosiddetta “rivoluzione liberale”, propagandata per venti lunghi anni da Silvio Berlusconi. Mentre, sul fronte opposto, il Pd gioca con disinvoltura sulle intrinseche debolezze (o doppiezze?) degli orfani del centrosinistra, ancora oggi restii ad ammettere che una lunga fase politica si è definitivamente chiusa.

Come dimostra, a ennesima riprova, l’asse del governo con Confindustria per cercare di ridurre ai minimi termini, o addirittura cancellare, i contratti nazionali di lavoro. Dopo aver già cercato di distruggere, con sistematica metodicità, i pur fondamentali corpi intermedi della società civile italiana.

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