Il 29 novembre appuntamento ai Fori Imperiali a Roma per la Global Climate March

Dal 30 novembre al 12 dicembre, a Parigi, i leader mondiali si confronteranno nella XXI conferenza Onu sul clima per decidere il futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Il 2014 è stato l’anno più caldo della storia, a livello planetario. L’aumento della temperatura terrestre è responsabile dell’incremento nel numero e nell’intensità degli eventi catastrofici che colpiscono il nostro pianeta: alluvioni, uragani, desertificazione, e di conseguenza siccità, scarsità alimentare, migrazioni climatiche: vari organismi scientifici e Onu stimano circa 250 milioni di rifugiati climatici entro il 2050.

La scienza ci dice che il surriscaldamento globale è la conseguenza delle attività umane, in particolare le emissioni di gas a effetto serra e la deforestazione. Per contrastare gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici occorre cambiare radicalmente il modello di sviluppo verso un’economia a basso contenuto di carbonio. Il limite massimo indicato dalla scienza per la sopravvivenza del pianeta è di 2, o se possibile 1,5 gradi. Al momento 120 paesi, che rappresentano l’87% delle emissioni globali, hanno presentato impegni volontari di riduzione delle emissioni per la definizione dell’accordo di Parigi 2015: secondo stime, se rispettati porterebbero ad un aumento della temperatura globale di 3 o addirittura 3,5 gradi.

Se fossero questi i contenuti dell’accordo, sarebbe un fallimento epocale, con ripercussioni devastanti per tutti i popoli, sopratutto per i più poveri, e per i paesi più vulnerabili. Il testo in elaborazione, oltre a non avere nessuna ambizione in termini di riduzione delle emissioni, non ha nemmeno natura giuridicamente vincolante. Si parla di contributi volontari determinati a livello nazionale, da rivedere periodicamente, senza alcun impegno concreto né alcuna sanzione in caso di mancato rispetto. In più, non c’è alcun serio impegno finanziario per il sostegno nella transizione per i paesi più poveri e vulnerabili, né per la giusta transizione dei lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione.

Il 29 novembre prossimo, in molte capitali mondiali, si svolgerà una grande mobilitazione per il clima: la Global Climate March. La lotta per la giustizia climatica è strettamente interconnessa alla lotta per la giustizia sociale, per la piena occupazione, per la difesa dei beni comuni, per la sicurezza alimentare, per l’autodeterminazione dei popoli. La transizione a un nuovo modello economico a basso impatto di carbonio aprirebbe un’opportunità irripetibile di tutela del pianeta e del clima, e allo stesso tempo di creazione di nuova e qualificata occupazione. La lotta per la giustizia climatica racchiude in sé la lotta contro un sistema capitalista predatorio che, perseguendo il profitto ad ogni costo, distrugge il pianeta e aumenta le disuguaglianze. La CGIL è fra le organizzazioni e associazioni che, nel giugno scorso, hanno costituito la Coalizione italiana per il clima che organizza la marcia in Italia (http://www.coalizioneclima.it/)

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