L’assemblea nazionale che teniamo oggi si colloca in un momento molto delicato della vita della Cgil e, all’interno di questa, della nostra area programmatica; area programmatica e non area congressuale. Abbiamo altresì deciso, nel nostro coordinamento, di tenere il nostro incontro prima delle elezioni politiche che si terranno questo mese, perché uno dei temi caldi che affronteremo nel corso della nostra discussione sarà appunto il rapporto tra la CGIL e la politica, la sua autonomia non dalla politica, ma dai partiti. E si colloca in un momento che potremmo definire caldo anche perché siamo alla vigilia del congresso ed è bene capire dove siamo, chi siamo e collettivamente cosa vogliamo fare. Per questo è bene ripercorrere e ricordare a tutti noi alcune tappe fondamentali che dall’ultimo congresso ad oggi hanno scandito la vita della CGIL e della nostra area.

Il congresso del 2010 si svolge su due documenti contrapposti: “La Cgil che vogliamo”, titolo che darà il nome all’area che si costituirà in seguito, un rassemblement composto da diverse e spesso non omogenee posizioni politiche e anche da diversi interessi personali. All’interno di questo spiccano per consistenza e contenuti politici compagne e compagni provenienti dalla FIOM e dalla Funzione Pubblica e di Lotta comunista, quest’ultima in precedenza parte integrante di L.S. Lavoro Società si ritrova invece all’interno del documento che risulterà poi di maggioranza, “I diritti e il lavoro oltre la crisi”. Ci ritrovammo in quel documento perché molte delle nostre posizioni politiche trovarono ascolto e visibilità al suo interno. Ne ricordo solo alcune. Sicuramente tra le più significative, per noi, dal punto di vista politico, fu l’abbandono della piattaforma unitaria sul modello contrattuale del 12 maggio 2008, motivo di grande scontro politico all’interno del comitato Direttivo nazionale e che rischiò di provocare una rottura della maggioranza di allora di cui noi già facevamo parte. Da questa acquisizione deriva anche la difesa del contratto nazionale come strumento principale di difesa dei diritti del lavoro e dei livelli salariali. Non è nemmeno da sottovalutare la parte relativa ai beni comuni, tra cui l’acqua e l’istruzione, lo sviluppo della green economy e il rifiuto del nucleare.

Sicuramente questo non è stato solo merito esclusivo di Lavoro Società, perché molti di quei contenuti erano diventati patrimonio comune di altri militanti e dirigenti sindacali, ma è fuor di dubbio che questi stanno nella nostra storia e quindi hanno rappresentato un riconoscimento importante. Fu frutto anche della necessità di erodere consensi al documento alternativo? Forse, ma quel che conta, quel che ha contato, è stato che quei contenuti rappresentavano il riconoscimento politico della nostra area, il riconoscimento del merito di cui era portatrice.
Il congresso si svolge in un quadro politico in cui il dominio di Berlusconi è sostanzialmente incontrastato, con una sinistra annichilita dal disastro delle elezioni. L’unica vera opposizione sociale è costituita dalla CGIL che nonostante le sempre più forti difficoltà cerca di porre un argine alle devastazioni dei ministri Tremonti, Brunetta, Sacconi e Gelmini in primis. L’attacco del governo al nostro sindacato è potente perché vede la possibilità di prendersi la rivincita rispetto alla grande manifestazione del 23 marzo 2002 al Circo Massimo a Roma, dove 3 milioni di persone risposero all’appello del nostro sindacato per bloccare il tentativo di cancellare l’art. 18. Io allora ero sul palco e vedevo lo sguardo dei politici, anche allora annichiliti e assenti dall’agone sociale; mi ricordo Bertinotti, D’Alema e ancora altri che non credevano ai loro occhi, che rivedevano in quella folla combattiva e immensa il ripresentarsi di una storia che sembrava persa nel ricordo.

Qualche mese dopo quella grande manifestazione Cofferati lascia la CGIL per scadenza di mandato e gli subentra Guglielmo Epifani che dovrà gestire con il gruppo dirigente una fase pesantissima perché l’attacco alla CGIL è potente anche perché le altre organizzazioni sindacali hanno stretto un patto ad escluderci con la speranza e l’obiettivo di portarci all’impotenza. Prende corpo così la stagione degli accordi separati. Il culmine lo si raggiunge con l’accordo sul modello contrattuale del 22 gennaio 2009. L’accordo unitario siglato qualche mese prima passa nel dimenticatoio. Nel gruppo dirigente della CGIL si accende un dibattito molto intenso e anche difficile. La parte maggioritaria ritiene quell’accordo distruttivo di un impianto contrattuale sicuramente da rivedere, ma che doveva avere al centro un ruolo della contrattazione nazionale forte e garante dei diritti dei lavoratori. Inizia così una stagione di lotte con scioperi e manifestazioni che segnano il clima politico e sociale del nostro paese. Tre categorie in particolare danno il segno dell’opposizione, della combattività e del protagonismo sociale: FIOM, FLC e SPI.
Credo sia importante rilevare come esista una relazione tra protagonismo del sindacato in termini di mobilitazione a difesa dei diritti, credibilità e radicamento; questa relazione ha la sua misura nel tesseramento. Ho preso a riferimento due gruppi di 5 anni: il periodo che va dal 2000 al 2004 e il periodo compreso tra il 2007 e il 2011. Nel primo periodo il tesseramento passa da 5.310.747 iscritti a 5.522.577; vale a dire che abbiamo un incremento di 211.830; nel secondo periodo si passa da 5.604.751 a 5.645.053, vale a dire con un incremento di 40.312 iscritti. Ma la caratteristica del secondo quinquennio è che la crescita si riduce annualmente della metà. Credo, ma i dati non sono ancora a me noti, che il 2012 segni se non l’inizio della decrescita, quantomeno l’azzeramento della crescita. Certamente non vanno sottovalutati fattori che incidono fortemente come l’aumento della disoccupazione, l’aumento dell’inflazione, l’aumento della povertà e delle difficoltà economiche delle famiglie, nonché la notevole riduzione dei pensionamenti che produce soprattutto effetti nell’iscrizione allo SPI, cosa che si vede in particolare dal calo delle iscrizioni concomitanti, dato che è mitigato dall’incremento di quelle dirette frutto dell’iniziativa politica delle strutture SPI.
Ma riprendiamo il filo del discorso. All’accordo separato sul modello contrattuale ne seguono altri che riguardano diverse categorie, dalla scuola ai metalmeccanici, al pubblico impiego.

Epifani, dirigente sindacale portato per sua natura alla mediazione, deve gestire la fase più aspra di spaccatura sindacale dagli anni ‘70 in poi. Lo fa con coerenza rispetto alle decisioni che vengono assunte dal massimo organismo dirigente che riesce a trovare le opportune mediazioni pur tra posizioni a volte molto distanti. Lavoro e Società svolge un ruolo non secondario, mantenendo una propria identità riconoscibile, pur essendo attraversata da contrasti interni essendo, in quel periodo, il coordinatore nazionale non presente in segreteria nazionale. La distanza di posizioni e l’uso, devo dire un po’ spregiudicato, delle regole interne all’organizzazione (ricordo l’azzeramento della segreteria confederale) porta ad un congresso su documenti contrapposti, e, come ho detto all’inizio, caratterizzato non solo da divergenze di carattere politico strategico, ma anche da conflitti di carattere personale.

Dopo il congresso, nel mese di giugno, viene eletta la nuova segreteria confederale, dato che della precedente molti erano arrivati a fine mandato. Così, finalmente, insieme a Susanna Camusso fa il suo ingresso il nostro coordinatore Nicolosi. Dalla segreteria confederale rimane esclusa la CGIL che vogliamo. Tre mesi dopo, Susanna Camusso viene eletta segretario generale della CGIL al posto di Guglielmo Epifani, anch’esso scaduto. E’ la prima volta, e credo che fosse ora, che la CGIL eleggesse un segretario generale donna. Non ho colto una caratterizzazione al femminile circa le modalità di conduzione della nostra organizzazione; devo dire che la CGIL confederazione è una struttura potentissima e a suo modo avanzatissima: le differenze di genere vengono totalmente annullate! Immagino sia chiaro a tutti che il cambio del segretario generale non è mai una cosa semplice, di ordinaria amministrazione e soprattutto è prevedibile un periodo di rodaggio e ambientamento necessario a chiunque anche a persone di comprovata e lunga esperienza sindacale.
Il rodaggio della nuova segretaria e della segreteria si svolge in un momento oggettivamente molto difficile; lo sarebbe stato per chiunque. La crisi dei mercati finanziari investe l’Europa, la speculazione attacca i debiti sovrani e l’Italia è nel mirino. Le politiche del governo Berlusconi-Tremonti non solo non sono in grado di fronteggiare una crisi di cui per altro si nega l’esistenza, ma l’aggravano e l’attacco ai diritti e al mondo del lavoro si fa sempre più pesante e sembra essere lo scalpo da offrire ai mercati e all’Europa. L’attacco ai diritti del lavoro significa anche attacco e isolamento dell’unica organizzazione sociale che fa opposizione, la CGIL. Uno dei primi appuntamenti caldi che la nuova segreteria e l’intero gruppo dirigente debbono affrontare è l’accordo di Pomigliano imposto da Marchionne. Lo scontro nel comitato direttivo è forte e sembra spaccarsi tra i pro e i contro la FIOM. Anche in questo caso c’è un po’ di tutto: dalla seria preoccupazione dell’esclusione dalla contrattazione, al rancore non ancora sopito rispetto agli schieramenti congressuali, alla integrità e alla dignità dell’organizzazione sindacale che non può piegarsi di fronte ai ricatti del padrone che alla fin fine sono destinati a danneggiare pesantemente i lavoratori. Questo schema, pro o contro la FIOM, sarà destinato a dominare e condizionare buona parte della vita del comitato direttivo della CGIL. Sicuramente la FIOM può avere commesso degli errori nelle proprie strategie, ma certamente non può esserci una posizione pro o contro una categoria. Una impostazione di questo genere non può che produrre effetti distorsivi all’interno dei rapporti del gruppo dirigente e non può che generare un forte impoverimento del dibattito e della riflessione politica. Da questo schema non è immune nemmeno L.S. che comunque riesce a mantenere anche in questo frangente una propria autonoma posizione.

Il governo Berlusconi, in ogni caso, funge da collante interno all’organizzazione, nel senso che la necessità di dare risposte ai colpi bassi che arrivano ai ceti popolari medi e medio bassi e al nostro sindacato, in qualche modo costringe a trovare mediazioni e soluzioni unitarie. (…) La necessità di uscire dall’isolamento porta la segreteria nazionale alla sottoscrizione di un accordo, quello del 28 giugno 2011, che suscita non poca discussione all’interno del C.D., ma anche all’interno di Lavoro Società. Quell’accordo aveva il pregio di riaprire un canale di dialogo con le altre OO.SS., di individuare alcuni criteri e meccanismi di rappresentanza sui luoghi di lavoro condivisi, ma io ritengo imperfetti, di riaffermare il ruolo del contratto nazionale, ma anche di introdurre le deroghe allo stesso, con un meccanismo di fatto già sperimentato in altri contratti da noi contestati. Io ebbi modo di socializzare a voi e allo stesso coordinatore nazionale le mie osservazioni e perplessità su quell’accordo, ma ero anche consapevole che ci sono momenti in cui se qualche cosa di importante riesci ad ottenerlo, e questo riguardava il tema della rappresentanza, puoi anche accettare cose che non condividi pienamente. Quello che non trovai accettabile e che diede origine alla mia astensione, unico di L.S., fu che nel documento posto in votazione al C.D. nazionale venivano dette delle cose non vere e questo per me non è consentito, perché una posizione politica, se ne sei convinto e la ritieni forte e giusta, la puoi sostenere anche senza alterare le cose.

Ma anche quell’accordo fa la fine del documento unitario sul modello contrattuale: carta straccia. Con il deteriorarsi della situazione, grazie a Sacconi e successivamente anche alla Fornero, però diventerà un utile punto di riferimento anche per chi lo aveva contestato più del sottoscritto. (…) Intanto la crisi morde e devasta i bilanci delle famiglie e dei lavoratori, il rischio Grecia diventa sempre più forte, il governo continua a negarne l’esistenza e le manovre di Tremonti non sono un rimedio ma peggiorano la situazione. Berlusconi è costretto a dimettersi, subentra il governo dei tecnici con l’appoggio iniziale di quasi tutti i partiti. Il centro sinistra accetta la proposta del Presidente della Repubblica e invece di andare subito a elezioni sostiene il governo Monti-Fornero. Si tira un sospiro di sollievo, Berlusconi non c’è più e cambiano radicalmente il quadro e lo scenario politico. Inevitabilmente cambia anche il rapporto tra il nostro sindacato e la politica, in particolare diventa più cogente il rapporto con il PD. Sia ben chiaro che non c’è niente di male in questo a patto, però, di mantenere l’autonomia della propria azione sindacale, nel rispetto dei diversi ruoli, cosa che io ritengo non essersi verificata.

Si entra così nel vivo di una stagione dolorosa per il sindacato, per il mondo del lavoro per i diritti del lavoro, per i giovani e per i pensionati. Dei principi enunciati al momento dell’insediamento, rigore ed equità, viene praticato con assoluta determinazione solo il primo, mentre il secondo non solo non viene preso in considerazione, ma viene realizzato il suo opposto. Le ricette Monti/Fornero sono la realizzazione del liberismo non più come pensiero unico, ma come pensiero inevitabile. L’uomo e la donna delle banche e delle assicurazioni, danno il via ad un gigantesco trasferimento di risorse dal ceto medio e medio basso ai più ricchi. A farne le spese sono principalmente pensionati e giovani. Non sono molte le cose che fa il governo con il sostegno, a volte obtorto collo, delle forze che lo sostengono: la manomissione del sistema previdenziale obbligatorio, la cancellazione dei diritti del lavoro, lo smantellamento progressivo dello stato sociale con il ritrarsi dell’intervento statale (ci basti pensare ai tagli alla sanità), l’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. Il paese è scosso dalle proteste, da quelle dei pensionati colpiti dal blocco della rivalutazione e dai tagli allo stato sociale, da quelle degli studenti, dai lavoratori che vedono chiudere posti di lavoro perché le aziende non reggono in assenza di interventi strutturali sul sistema produttivo e senza i crediti bancari, dei metalmeccanici che vedono restringersi salari e diritti; è lo stesso mondo dell’imprenditoria, soprattutto piccola che mostra la propria insoddisfazione ed impotenza. Non sono pochi i suicidi degli imprenditori e dei dipendenti che non ce la fanno più. Monti se la cava con poche battute di incredibile cinismo dicendo che da noi il fenomeno è marginale.

La CGIL mostra un volto aggressivo, dichiara scioperi generali a raffica, vi ricordo che in un documento del CD ce n’erano ben tre in un colpo solo, ma poi non ne fa nemmeno uno. Nei fatti la riforma previdenziale passa con sole tre ore di sciopero, e la riforma del mercato del lavoro nemmeno con quelle. L’unica modifica, l’unico risultato concreto ottenuto sulla Riforma Fornero è stato quella di evitare il blocco delle rivalutazioni almeno fino a 3 volte il minimo. Non lo dobbiamo a nessun altro se non allo SPI e a alla sua determinazione, e non possiamo dimenticare la fatica che in particolare la nostra segretaria generale ha dovuto fare nei comitati direttivi nazionali perché le tematiche dei pensionati e degli anziani fossero tenute nella giusta considerazione, e sempre con il rischio di essere catalogata come filo-FIOM.
Questo iato, questa dicotomia tra il dire ed il fare della nostra confederazione, induce il sospetto che il rapporto con il PD non sia estraneo alle scelte o alle non scelte che vengono fatte.
La cosa più preoccupante è costituita dalla mancanza di proposte forti su cui chiamare a raccolta le forze e costringere governo e forze politiche a confrontarsi. Rispetto alla previdenza il livello di elaborazione si era fermato a una proposta, la cosiddetta pensione contributiva garantita, che già dal momento della sua enunciazione mostrava limiti strutturali tali da non poter mai essere effettivamente spesa nel dibattito politico sul sistema previdenziale pubblico. In particolare quella proposta era viziata dallo stesso difetto della Riforma Fornero e cioè che non teneva in considerazione che l’elemento fondamentale per definire un assetto previdenziale che possa garantire una pensione dignitosa è il lavoro. Sarà solo con il piano per il lavoro, su cui ritornerò più avanti, che la CGIL farà un salto di qualità.
E preoccupante è stata la discussione e direi anche l’ambiguità con cui è stata affrontata la questione della riforma del mercato del lavoro ed in particolare la cancellazione dell’art. 18. Su questa questione in particolare Lavoro e Società si è distinta per una battaglia politica di rilievo in seno al comitato direttivo nazionale riuscendo a realizzare anche importanti alleanze che hanno per un verso reso evidente che una unità di intenti a sinistra, sarebbe possibile e praticabile, e dall’altra reso palpabile la preoccupazione da parte di molti che questo asse si potesse consolidare.

In merito alla riforma del mercato del lavoro abbiamo assistito a tutto e di più, fino ad arrivare alla sconfessione di noi stessi; mi riferisco alle richieste di modifiche presentate dalla CGIL al Parlamento e successivamente rinnegate all’interno del C.D. nazionale. Abbiamo intrapreso una battaglia importante, ma non portata fino in fondo, e credo che dovremmo chiedercene il perché. La richiesta di emendamenti che abbiamo presentato al documento del comitato direttivo sulla questione di cui dicevo adesso, ha messo in luce la non volontà della CGIL di assumere fino in fondo un battaglia per modificare la legge Fornero, ma d’altra parte ha messo in luce anche una nostra debolezza nel non sostenere fino in fondo la richiesta di sciopero generale che rappresentava in effetti l’elemento centrale dell’emendamento. Questo atteggiamento un po’ altalenante ha destato molto sconcerto tra le nostre fila, sconcerto recuperato successivamente dalla proposta e dall’impegno per il referendum su art. 8 e art. 18.
I temi della riforma previdenziale e della riforma del mercato del lavoro, mettono in luce una crisi di carattere politico della nostra organizzazione che si accompagna a quella di carattere economico ed organizzativo. (...)

La cosa che ritengo grave è l’incapacità o la non volontà di affrontarla questa crisi, che è a tutto tondo, e che va dal nostro modo di essere, come vedete dico nostro, dalla contaminazione che abbiamo avuto rispetto agli elementi più deteriori che il ventennio berlusconiano ha indotto nella nostra società, alla incapacità di recuperare il filo del nostro rapporto con il cuore e la pancia della società. Si cercano palliativi per poter resistere, senza tenere in considerazione che i problemi vanno affrontati alla radice se no non si aprono prospettive. Palliativo è l’aver pensato e ipotizzato che fosse possibile risolvere la crisi finanziaria con l’assalto alle casse dello SPI. Non solo questa sarebbe una scelta sbagliata dal punto di vista del principio, ma sarebbe sbagliata anche dal punto di vista strategico. Ridurre all’impotenza lo SPI significherebbe, come abbiamo dimostrato ampiamente ieri mattina, cancellare l’insediamento della CGIL nel territorio. Accogliere con insofferenza le richieste di maggiore tutela delle pensioni e delle persone anziane è autolesionismo puro. (...)
La CGIL, la sua storia, è anche la storia di una parte molto lunga della mia vita e a questa sono affezionato. All’interno della CGIL io ho sempre fatto parte delle componenti o delle aree di minoranza, e questa cosa l’ho sempre vissuta come una cosa preziosa, perché mi sono sempre sentito parte di un collettivo, le cui persone, prese singolarmente non erano né meglio né peggio, delle altre di maggioranza. Ma una differenza c’era, era il collettivo, il fatto che in quella dimensione l’io era depotenziato rispetto al noi. Trovo che nel nostro sindacato di oggi, un motivo della crisi è di carattere etico e questo succede quando l’io sovrasta il noi, e nel caso di un sindacato il noi non è solo il gruppo dirigente, ma sono tutti gli iscritti, sono il popolo e gli oppressi. L’ego, l’egoismo, è il frutto avvelenato del Berlusconismo ed è entrato in noi, e solo noi lo possiamo e lo dobbiamo cacciare. E quindi se Beniamino in quanto coordinatore non riceve informazioni su quanto sta per capitare allo SPI, allora bisogna pensare che forse il noi, il collettivo è in crisi. Ma un collettivo non vive per inerzia, va coltivato, va accudito, va amato e come dice Vittorino, va sempre trattato come un bambino che va fatto crescere. Un collettivo esiste se ha una funzione, se ha un contenuto, se ha proposte da fare, cioè se è utile. Noi spesso ci siamo accontentati di fare dei bei convegni o ci siamo accontentati di una elaborazione approssimativa da portare in giro per far vedere che si esiste. Badate, non è un discorso rivolto a qualcuno in particolare, è rivolto al noi. Forse ci siamo un po’ troppo burocratizzati, ci siamo accontentati di percentuali non più verificate. Siamo in diversi casi diventati numeri senza sostanza. Ecco dobbiamo recuperare la sostanza. La storia che ho avuto in precedenza, non so se sarei in grado di ripeterla, ma ve ne voglio fare un breve accenno. Cgil scuola prima e FLC dopo. Sono arrivato in segreteria nazionale CGIL scuola che ero unico rappresentante dell’area e con due compagni al centro nazionale: Pino Patroncini e Vittorino Delli Cicchi. Non ho mai rivendicato un posto, ho lavorato con compagne e compagni, e ho solo avuto la piccola capacità di coordinarli; abbiamo dato contributi di merito all’intera organizzazione, senza mai recedere dalle nostre posizioni. Sono venuto via da lì e ho lasciato tre membri di segreteria, e complessivamente 8 compagne e compagni al centro nazionale. E’ stato merito mio? No, è stato merito del collettivo, del noi a cui ogni singolo io sentiva di appartenere. E non abbiamo mai ceduto e non abbiamo fatto compromessi rispetto a questioni di principio. Abbiamo avuto scontri titanici, Nicola se lo ricorderà, con Patta e con Panini come ad esempio in occasione del concorsone. La storia ha dimostrato che avevamo ragione noi, ma quando la contestazione stava per travolgere la CGIL scuola, il piccolo noi di Alternativa Sindacale, così si chiamava allora, è diventato il grande noi della CGIL scuola e del suo segretario. E quel segretario, salvato dal piccolo noi che era Alternativa Sindacale, ha fatto grande la CGIL scuola e la FLC successivamente. Ma avevamo una cosa che stiamo perdendo e che però possiamo recuperare, la capacità di riflettere, ragionare insieme per il bene dell’organizzazione tutta, di dare un contributo di merito.

Ora si ripresenta l’occasione per riprovarci. Dopo la dipendenza, o se preferite la mancata indipendenza dal quadro politico montiano, ovviamente mi riferisco alle forze di centro-sinistra che hanno appoggiato quel governo, dopo gli scivoloni di tipo politicista che hanno messo a soqquadro la nostra area, ma non voglio parlare di questi che ritengo semplicemente appartenere alla sfera degli infortuni, la CGIL lancia il piano per il lavoro. E’ una grande cosa perché mette al centro il vero problema del nostro paese e lo fa anche attraverso una serie di riflessioni politiche forti e delle proposte anche altrettanto forti. Sono contento ed orgoglioso di questo fatto e ci dà la possibilità di dare un nostro contributo concreto, di merito, alla riflessione dell’intera organizzazione. La cosa che trovo assolutamente fondamentale in quel piano, è che viene capovolto l’assioma che ci ha propinato Monti fino ad ora: rigore per risanare i conti, per trovare le risorse per la crescita e così creare lavoro. La Cgil capovolge questo concetto e dice: per rilanciare la crescita occorre partire dal lavoro, perché questo è il vero motore della crescita, che se volete vuol anche dire sottrarsi alla finanziarizzazione dell’economia per rilanciare quella reale. Accanto a questo elemento viene individuato anche lo sviluppo del welfare come volano della crescita. Quindi il contrario dell’ideologia liberista di Monti secondo la quale il mercato ha in sé gli strumenti per autoregolarsi e quindi l’intervento dello stato è da intendersi come una interferenza che va eliminata e da qui il progressivo ritrarsi dell’intervento pubblico.

Nel ragionamento della CGIL, che ovviamente deriva da una idea di equità, uguaglianza, redistribuzione del reddito attraverso il fisco, la tassazione delle grandi rendite e dei grandi patrimoni, quale può essere il nostro contributo?
Intanto sulla previdenza. Posto che non è realizzabile il ritorno al regime retributivo che ormai non esiste più non per via della Fornero, ma per via della riforma Dini (ricordo che noi eravamo contrari e la Cgil no e abbiamo perso la battaglia), dobbiamo rivedere i coefficienti di trasformazione su cui si basa il regime contributivo, in sostanza abbattere le iniquità presenti nella riforma Fornero che, ripeto, ha manomesso il sistema contributivo e non quello retributivo, e affermare che una pensione dignitosa ha lo stesso valore, dal punto di vista della crescita, di un posto di lavoro. Da questo punto di vista occorre rivedere la tassazione delle pensioni che è unica nel suo genere in Europa e restituire a chi è stato bloccato il mal tolto e che se esiste una necessità di intervenire sulle pensioni in essere, cosa che in assoluto non si può escludere, questo deve essere fatto secondo un criterio di progressività e quindi individuando fasce esenti ben oltre l’attuale tre volte il minimo e introdurre anche un tetto a retribuzioni e pensioni troppo elevate e fonte di iniquità; questo vuol dire rispettare un criterio di progressività anche nella ricerca di risorse per affrontare la crisi. Occorre inoltre eliminare iniquità a cui nemmeno il nostro sindacato è estraneo.
Ve ne ricordo una che grida vendetta e rispetto alla quale trovo strane titubanze ad intervenire. Quando fu introdotto il TFR nel Pubblico Impiego, introduzione che serviva per lanciare la previdenza complementare, le OO.SS. fecero un accordo conosciuto come quello dell’invarianza stipendiale, per cui i lavoratori in TFR (tutti coloro assunti dal 1 gennaio 2001 in poi) avrebbero comunque avuto una trattenuta del 2,5% sull’80% della retribuzione utile, che è quella che veniva effettuata e ancora adesso viene effettuata per chi si trova in TFS. Uno scippo vero e proprio. Quindi se aderisci alla previdenza complementare io datore di lavoro pubblico ti do l’1% di contribuzione, in compenso te ne tolgo 2. Bel colpo!

L’altro elemento riguarda proprio la previdenza complementare e l’uso dei fondi pensione che nel piano della CGIL viene ipotizzato per favorire il lavoro. Anche qui, non dobbiamo affrontare questo tema in modo ideologico. E’ vero che nella nostra area c’è sempre stata una forte avversione nei confronti della previdenza complementare, e Vittorino ieri ve ne ha fatto cenno. Io sono per affrontare la questione e vederne tutti gli aspetti, comprese le contraddizioni e i rischi che questa ipotesi può comportare e anche valutare se è una proposta che con gli opportuni accorgimenti può essere recuperata. Il primo elemento di principio da cui partire è che la previdenza complementare non può in alcun modo essere sostitutiva di quella obbligatoria. Il comma 28 della Legge Fornero prevede la decontribuzione della previdenza obbligatoria per devolverla a quella complementare. La previdenza complementare, lo sanno tutti, agisce sui mercati e quindi in una situazione non garantita ma a rischio. Questo significa, spostare un diritto che deve essere assicurato dalla collettività in seguito a un periodo lavorativo, sulle spalle del singolo che deve rischiare investendo i propri risparmi. Questo elemento porta con sé l’obbligatorietà dell’iscrizione alla p.c. cosa di cui sono fautori quasi tutti i componenti i cda dei fondi. Pensate anche cosa può significare, da punto di vista economico, una ipotesi di questo genere per lo SPI e la stessa CGIL. Se una pensione pari a 100, ti deriva da una contribuzione del 33%, una contribuzione, ad es. del 28 %, ti porta una pensione di 84. Ammesso e non concesso che tu recuperi quello che perdi attraverso la p.c., devi considerare che il tuo iscritto paga la delega solo sulla pensione di 84 e non più di 100. Ma questo è un ragionamento che se effettivamente il lavoratore avesse la garanzia del guadagno andrebbe messo da parte.

La p.c. ha come entrata principale il TFR. Il TFR, soprattutto in periodi di stretta creditizia da parte delle banche, rappresenta una delle poche risorse a disposizione delle aziende, soprattutto di quelle medio-piccole. Pensare di toglierglielo, per investirlo nei mercati, rischiando, per poi ridarglielo, sembra una tantino machiavellico. Tutto questo senza contare il fatto che dopo aver evidenziato i danni della finanziarizzazione dell’economia, proponi di indirizzare risorse ai fondi pensioni, investitori istituzionali che di quel sistema che tu denunci sono attori non di scarso peso.
Altro elemento da tenere in considerazione è che l’investimento nel mercato azionario significa fondamentalmente decidere di investire all’estero perché le aziende italiane, in massima parte di piccole e medie dimensioni, hanno difficoltà ad essere quotate in borsa. (…)

Ma voglio concludere parlando di noi, dello SPI e di L.S. nello SPI. E lo voglio fare in un modo non rituale, citandovi un passo del Vangelo di Luca del nuovo testamento. L’unica premessa che vi faccio è che Gesù, ma sia ben chiaro che non voglio paragonarci a lui, era considerato un pericoloso estremista: “Postisi in osservazione, mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. Costoro lo interrogarono (…) Ed egli disse: “Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero.” Questo passo è molto noto ed è citato soprattutto nelle discussioni sulla laicità dello Stato, ma non è per questo che ve lo cito, è che lì dentro c’è molto di più, c’è la rivendicazione di una autonomia di pensiero e di giudizio e di azione che non ti è data dal potere costituito, ma dalla tua identità, e quindi non è all’autorità che devi obbedienza, ma devi ricercare la tua coerenza nelle tue convinzioni. E’ un messaggio che scardina la cultura dell’ubbidienza, dell’adeguarsi, del conformarsi. Ecco, quando ho letto il commento a questo passo del Vangelo, non ho potuto fare a meno di pensare a noi. E ho pensato a quale è oggi la nostra identità, da cosa è costituita e a quale è il nostro ruolo all’interno del sindacato in questo caso penso allo SPI.

La nostra identità è data dal fatto di essere parte di una grande comunità che è fatta di donne e uomini con tutti i difetti e i pregi degli uomini e delle donne che fanno del principio di eguaglianza e solidarietà il centro della propria azione ed anche il senso pieno della propria esistenza. Accanto a questo c’è anche il fatto che L.S. rappresenta una particolarità identitaria che spesse volte ha avuto difficoltà ad essere accettata ed integrata nella grande comunità, ma che esiste e la sua identità è data dalla non omologazione, dalla vocazione ad essere l’anima critica della grande comunità e per questo ne costituisce un arricchimento, come sono un arricchimento tutte le diversità in essa presenti. Un gruppo come il nostro ha senso di esistere se mantiene fede a questa sua identità, se è capace di dire delle cose utili a tutto il grande corpo dell’organizzazione. Chi siamo noi oggi? (...) C’è bisogno di recuperare e dare senso a quella identità di cui vi ho parlato prima. Si avvicina il congresso, non sono in grado di prevedere cosa succederà; so di sicuro che niente sarà come prima, compreso la nostra area. Però posso decidere come posso prepararmi a quell’appuntamento, decidere qual è la mia bussola, il mio punto di riferimento. Il mio punto di riferimento è che questo gruppo, insieme ai compagni e alle compagne che oggi non sono presenti fisicamente insieme a noi, rimanga unito e sia pronto a tenersi per mano, dando senso da subito a quel bambino che ieri abbiamo visto in fasce. (…) Questo significa due cose principalmente: la prima è che noi dobbiamo rafforzare la nostra iniziativa di sindacalisti. Lavorare nel territorio, soprattutto nelle leghe, anche forzando la situazione in quei luoghi dove, a volte, ma sempre meno spesso, siamo mal sopportati. Abbiamo la fortuna di avere un sindacato nazionale coeso, che lavora in armonia, che è esente da rivalità e personalismi, abbiamo la fortuna di avere la segretaria generale che abbiamo, abbiamo la possibilità di dire: noi ci siamo perché facciamo perché collaboriamo. Io non voglio chiedere al mio segretario organizzativo di farmi il favore di sistemare tizio, piuttosto che caio o sempronio, noi dobbiamo avere l’ambizione che ci venga richiesto di assumere una responsabilità, che ci venga richiesto perché in noi c’è un valore riconosciuto. So che questo è difficile nella CGIL, io credo che sia possibile realizzarlo nello SPI. Il noi è la nostra forza e con noi lo SPI è più forte. 

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