Dopo gli attentati di Parigi, la Francia guidata dal socialista Hollande si è messa l’elmetto e ha chiamato a raccolta contro Daesh. Senza risultati concreti. Anche perché il cosiddetto Stato islamico non è uno Stato, e solo il 30% dei suoi combattenti non è ascrivibile a forze mercenarie o ai coscritti con la forza, le cui famiglie sono state prese in ostaggio.

I bombardamenti indiscriminati sul territorio, come ha iniziato a fare la Francia nel settembre scorso, seguita pochi giorni dopo dalla Russia, hanno portato alle terribili reazioni che conosciamo: dall’aereo russo esploso in volo (250 morti) sul Sinai, alla mattanza del Bataclan parigino. Solo chiamando allo stesso tavolo tutti gli attori coinvolti nel conflitto siriano e in quello iracheno, lì dove Daesh ha attecchito, sarà possibile fare passi avanti. Americani, russi, europei, turchi, iraniani ed arabi: la necessità del confronto, senza infingimenti, appare l’unica strada percorribile per cancellare le bandiere nere dall’orizzonte di Raqqa e di Aleppo.

Ma, purtroppo, la diffidenza regna sovrana. E l’agguato di Ankara al jet russo illumina una scena ben diversa da quella dell’unanime contrasto a Daesh, che Hollande persegue con i mezzi sbagliati. Così come illuminano una scena ben diversa le quotidiane spedizioni di armamenti, occidentali, a paesi del golfo arabico che coltivano il disegno di un califfato incuneato fra l’Iran e la Siria, loro nemici storici.

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