La manifestazione del 28 Novembre riafferma l’orgoglio del lavoro pubblico: per il contratto e servizi universali di qualità

La rivendicazione fondamentale, quella di avere un giusto contratto fermo ormai da sei anni, non è solo una legittima aspirazione delle lavoratrici e dei lavoratori che consentono, con il loro senso di responsabilità, l’erogazione di servizi essenziali (come quelli sanitari, o dell’asilo nido, o quelli erogati dalla polizia o dai Vigili del fuoco o dagli insegnati). No, questa manifestazione non è solo una rivendicazione, giusta, del diritto al contratto. E’ anche una manifestazione dell’orgoglio di chi è consapevole delle proprie responsabilità, del servizio che offre per il benessere di tutti i cittadini e che, nonostante gli insulti dei vari governi che si sono succeduti dal 2010 in poi e la paga indecente che riceve, continua a offrire, per il proprio senso del dovere. Altrimenti, come spiegare il lavoro di un infermiere? O la dedizione delle operatrici dei nidi verso i bambini?
Turni che saltano, straordinari non pagati, ore accumulate e ferie che non si possono usufruire per la carenza di personale, per poco più di 1.500 euro al mese perché la gran parte dei dipendenti pubblici sta intorno ai 24mila euro/anno di retribuzione. Anche tutto questo è il lavoro pubblico, e l’orgoglio di essere lavoratori al servizio di altri lavoratori e cittadini. Non bastano per annebbiare il lavoro svolto quotidianamente gli squallidi servizi televisivi sui dipendenti che prendono tangenti, o che non timbrano il cartellino, che ogni tanto i media nazionali ci propinano, evidentemente su indicazione precisa di qualche regista occulto.

Spesso, approfondendo, si scopre che coloro che favoriscomo l’assegnazione di appalti in cambio di tangenti non sono semplici impiegati, ma autorevoli dirigenti da 150mila euro/anno di paga, o esponenti di quel ceto politico che, dopo la caduta delle ideologie, ha sostituito il “servizio del bene comune” con il “servizio del bene proprio”. Eppure le bastonate arrivano sulle centinaia di migliaia di persone che, quotidianamente, svolgono correttamente il loro lavoro, e che in cambio vengono chiamati fannulloni.

Si distolgono enormi risorse dal bene pubblico per destinarle ad altri usi, non sempre chiarissimi, con la motivazione del “debito pubblico insostenibile”. Ma nessuno si pone mai il problema che anche quello contratto dallo Stato, e per lui dall’Inps, verso milioni di lavoratori è un debito pubblico da onorare. Miliardi di euro che i lavoratori e le aziende pagano sembrano un fatto marginale quando si chiede la restituzione di quanto dovuto: le pensioni e i pensionati, sono, per questi signori, la rovina dell’Italia, mentre gli speculatori, non solo internazionali, che lucrano sui Bot o sui Cct sono rispettabili creditori verso i quali è obbligo “onorare i debiti”. E, con questa motivazione, si tagliano enormi risorse ai servizi pubblici.

A partire dall’anno prossimo, per esempio, le Regioni subiranno tanti e tali tagli ai loro bilanci da mettere seriamente in discussione il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione, a meno di un incremento dei ticket sanitari o del taglio delle prestazioni. Il tutto perché il presidente del consiglio deve dimostrare che non aumenterà l’Iva. Tradotto in altri termini: taglio delle prestazioni essenziali alle classi sociali più deboli - perché i ricchi si possono pagare la clinica privata, mentre i poveri devono prendersi quel che passa il nostro sistema sanitario, peraltro ottimo - in cambio di un risparmio che andrà principalmente a vantaggio di aziende e specifici settori sociali. Con una operazione ingiusta non solo sotto il profilo etico, ma anche sotto quello economico. Infatti chi compra un barattolo di caviale da 150 euro paga più Iva di chi compra un etto di mortadella. Invece chi ha più bisogno di cure mediche e di farmaci paga più ticket di chi ha meno necessità. Se non aumenti l’Iva e aumenti indirettamente i ticket, premi il ricco che mangia caviale e punisci l’ammalato, come se la malattia fosse una colpa.

Perciò il 28 novembre i sindacati del mondo pubblico, dagli infermieri fino agli insegnati, sono scesi in piazza. Non solo per sé stessi, per il proprio salario e il contratto, ma per tutti. Perfino, e questa è la grande forza dei lavoratori, per coloro che quotidianamente li coprono di insulti e li derubano di un diritto, ormai sancito anche dalla corte Costituzionale.

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