Difficile aggiungere qualcosa di adeguato a quanto è già stato scritto in ricordo della grande figura di studioso che è stato Luciano Gallino nella storia recente della cultura italiana. Specie se il ricordo viene da uno che, come chi scrive, lo ha conosciuto tardi (anche per motivi anagrafici) e per di più nella prospettiva “decentrata” del giurista del lavoro. Certo è che, leggendo proprio da tale prospettiva la sua straordinaria biografia di accademico autodidatta, non si può non riflettere sul singolare destino che gli è toccato in sorte negli ultimi anni della sua vita: quello di assurgere a personalità di riferimento della “sinistra radicale”, al punto che nei suoi confronti (nonostante la sua indiscutibile autorevolezza) si è cominciato a guardare, anche nell’ambito del dibattito accademico, con il pregiudizievole sospetto riservato agli autori in odor di massimalismo. Un ruolo che si è meritato per esser stato la voce forse più forte e autorevole levatasi a denunciare l’insensatezza (la “stupidità”, per usare le sue parole) delle recenti riforme dello stato sociale e del mercato del lavoro.

Singolare destino davvero per chi, formatosi in quell’irripetibile fabbrica di intellettuali che fu il Centro studi della Olivetti, profondamente olivettiano è rimasto per tutta la vita. Come tale vedeva nell’impresa il luogo nel quale lo spirito imprenditoriale, l’innovazione tecnologica, la capacità e l’intelligenza creativa dei lavoratori concorrono a perseguire il progresso comune - economico, sociale ed etico - della collettività. E l’adesione a questa visione l’ha rivendicata fino alla fine, come testimoniano i suoi due ultimi interventi sulla rivista Il Mulino: l’intervista del 2012 rilasciata a Bruno Simili, tutta centrata sui concetti tipicamente olivettiani di “comunità” e di “restituzione”, e il saggio del 2014 “La responsabilità sociale dell’impresa. Il caso Olivetti”: un titolo che non potrebbe essere più eloquente.

L’impresa è per Gallino una comunità che funziona se le energie che vi spendono i lavoratori vengono riconosciute dal management e dalla proprietà; se quanto i lavoratori danno viene cioè loro “restituito” (appunto) in termini di retribuzione adeguata (ad “una esistenza libera e dignitosa”, come recita la nostra Costituzione) e di diritti, individuali e collettivi. In questa comunità mai può venir meno il riconoscimento che il lavoratore è, prima di tutto, una persona. Non una merce il cui destino è determinato dalla pura logica della massimizzazione del profitto e dei dividendi.

Semplicemente tenendo fede a questa visione, nei suoi scritti più recenti (e più divulgativi) Gallino ha progressivamente inasprito i toni critici nei confronti di un diritto del lavoro che è andato perdendo la sua anima (che a sua volta è anima profondamente riformista), perché ha rinunciato a svolgere la funzione per la quale esso è nato: porre rimedio allo squilibrio che caratterizza strutturalmente i rapporti di lavoro in un’economia di mercato, tutelando i lavoratori in quanto soggetti socialmente e contrattualmente deboli, anche attraverso il sostegno a quel corpo intermedio al quale spetta il compito di rappresentarne gli interessi: il sindacato.

L’asprezza di questa critica è stata tanto più forte perché Gallino ha identificato con nome e cognome il responsabile di tale processo: non già l’(inesistente) mano invisibile del mercato, ma quella classe dirigente che ha tradito la funzione sociale alla quale (nella sua visione di capitalismo) essa sarebbe chiamata nell’interesse comune. Il tradimento si è realizzato attraverso una lotta di classe al contrario (raccontata nel libro intervista “La lotta di classe dopo la lotta di classe”), combattuta e vinta dal capitale contro il lavoro, come dimostra plasticamente la crescita esponenziale delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, in cui Gallino - prima e con più forza di Piketty - ha colto la causa prima della crisi economico finanziaria deflagrata nel 2008.

Il suo libro testamento “Il colpo di stato delle banche e dei governi” è un durissimo atto d’accusa nei confronti delle élite economico finanziarie; sono queste a condizionare le politiche economiche promosse dalle istituzioni europee, imponendo misure di austerity che contribuiscono alla distruzione del progetto d’integrazione politica e sociale dei padri fondatori, al quale lo stesso Gallino ha fortemente creduto.

E lo stesso atto d’accusa è rivolto verso una classe politica nazionale la quale, ben prima che “lo chiedesse l’Europa”, ha rinunciato al ruolo di programmazione e guida dello sviluppo economico, rendendo possibile lo smantellamento del sistema produttivo descritto con spietata precisione in un mirabile libretto pubblicato da Einaudi nel 2003 (“La scomparsa dell’Italia industriale”).

Il fatto che nella visione di un simile riformista illuminato, uomo moderato estraneo culturalmente ad ogni forma di radicalismo (sia sul piano politico che sindacale), si sia finito per cogliere, anche in ambito accademico, tratti di massimalismo estremista, racconta molto della crisi (forse irreversibile) del cosiddetto modello sociale europeo; così come racconta molto delle dinamiche che contribuiscono a determinare il pensiero unico, al cui altare quel modello viene immolato.

Gallino al consolidarsi di questo pensiero unico ha fino alla fine tenacemente opposto la forza della sua fedeltà a un pensiero “forte”, fondato su solide argomentazioni e su studi e dati inoppugnabili, in ciò svolgendo con integrità e coerenza assoluta un ruolo che sempre più raramente gli intellettuali hanno il coraggio di assumere in questi tempi duri.

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