I giovani fuggono dall’Italia in cerca di un’occupazione. e a Londra vivono ormai 250mila italiani, gli abitanti di una media città di provincia. Al di là del reiterato rilancio della notizia, le ragioni per cui i nostri giovani emigrano in Gran Bretagna sono da ricercare in una semplice comparazione: il nostro paese, che storicamente brilla per il basso tasso di attività della forza lavoro, ha poco meno di 22 milioni e mezzo di occupati; la Gran Bretagna, che ha pressochè la nostra popolazione, vanta 30 milioni di occupati.

Questa considerevole differenza è la naturale spiegazione del dilagare del lavoro sommerso e in nero nel nostro paese, tanto che gli ultimi dati sull’occupazione, come ha ben rilevato Marta Fana su “il manifesto” del 11 novembre, non a caso vedono l’esplosione della vendita dei buoni lavoro. In pratica, nei primi nove mesi dell’anno sono stati venduti 81,3 milioni di voucher, ovvero il 69,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2014.
Introdotti in Italia nel 2003 dalla legge Biagi come forma di remunerazione delle prestazioni considerate accessorie per fare emergere il lavoro nero, in quanto svolte saltuariamente od occasionalmente, i voucher inizialmente erano riservati ad alcuni settori (l’assistenza domiciliare a bambini e anziani, l’insegnamento privato supplementare, piccoli lavori domestici a carattere straordinario, associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza e solidarietà, ecc.) e ad alcune specifiche fasce di lavoratori: disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti e pensionati, disabili e soggetti in comunità di recupero, ecc..

La spinta ad una maggior liberalizzazione dei voucher, e quindi la loro progressiva estensione a qualsiasi attività normata dalla legge, tramite il d.l. 5 del 2009 e successivamente con la legge Fornero del 2012, li ha fatti diventare lo strumento perfetto per mascherare il ricorso al lavoro nero. Il trucco è semplice: i lavoratori e le lavoratrici vengono fatti lavorare in nero; poi gli vengono distribuiti un certo numero di voucher alla settimana o al mese, di modo che se dovesse arrivare una ispezione non risulterebbero totalmente in nero. D’altronde i voucher non prevedono alcuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa, dato che il legislatore con il jobs act ha stabilito l’importo di 7mila euro l’anno come tetto massimo percepibile per ogni singolo lavoratore, cumulabile in voucher su più committenti.

Nel frattempo il governo, nella legge di stabilità, aveva previsto l’aumento a tremila euro della soglia minima di tracciabilità del contante, unitamente all’abrogazione dell’obbligo della tracciabilità per affitti e merci trasportate, quando gli studi redatti in chiave europea a proposito della stima dell’economia “non osservata”, e la quantificazione del valore aggiunto connesso al sommerso, sottolineano il combinato disposto tra massiccio utilizzo di lavoro irregolare e sotto-dichiarazione del valore aggiunto operato dalle imprese di piccola e media dimensione (sotto i cento dipendenti), industriali e dei servizi, al fine di occultare una parte consistente del reddito prodotto.

Questi si fa sentire, al punto che la stima dell’economia sommersa conduce a un valore di 187 miliardi di euro, che sulla base dei dati del 2011 pesa per l’11,5 % del pil, che sale ulteriormente al 12,4% se si considerano anche i proventi delle attività illegali. Nel mentre, con l’Agenzia ispettiva unica si profila addirittura una soppressione dei controlli in materia di contributi previdenziali sulle imprese svolti da parte dell’Inps e dell’ Inail. Se questo è lo stato e la prospettiva del nostro mercato del lavoro, già precarizzato all’inverosimile, altro che fuga all’estero delle nuove generazioni!

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