Il terrorismo non si sconfigge con le larghe intese securitarie ma praticando i diritti. Mobilitazione europea il 18 dicembre: “No ai muri. apriamo le porte. Pace, democrazia, giustizia sociale, dignità per tutti e tutte”.

“Serve un nuovo movimento per la pace”: è stata quasi una invocazione quella degli attivisti sulla rotta balcanica dei migranti che abbiamo incontrato a Salonicco, insieme a quelli di altre rotte, ai paesi e alle reti associative europee. Ci siamo ritrovati insieme pochi giorni dopo l’attentato di Parigi, nel momento in cui i migranti hanno iniziato a pagarne il prezzo.

Il passaggio nei Balcani è rimasto attivo per qualche mese, aperto dalla potente azione di disobbedienza civile nonviolenta dei migranti, quando questa estate hanno cominciato a marciare. Ma dopo Parigi solo ai siriani, agli afghani, agli iracheni è consentito di andare avanti. Tutti gli altri vengono bloccati. La selezione avviene per nazionalità, violando tutto il diritto sull’asilo. A Idomeni, frontiera greco-macedone, un posto in mezzo al nulla a un’ora di distanza da Salonicco, i migranti manifestano davanti ai militari macedoni schierati. Gli iraniani, terrorizzati di essere rimandati in patria, fanno lo sciopero della fame e si cuciono la bocca.

La decisione europea di separare i migranti era in realtà stata presa qualche settimana prima dell’attacco a Parigi, in una riunione del Consiglio europeo. E era già stata messa in pratica in molti luoghi di arrivo, Italia compresa. Dopo Parigi però anche l’eccezione balcanica è stata normalizzata. L’immediato collegamento fra migranti e terrorismo ha consentito di farlo senza produrre particolari reazioni, a parte quelle dei diretti interessati e degli addetti ai lavori.

Sembrano lontani i tempi di Madrid, con i movimenti sociali in piazza nella notte, a poche ore da un tremendo attentato, sconvolti e angosciati ma forti, per dire che il terrorismo non si sconfigge con le larghe intese securitarie ma praticando il campo della pace e dei diritti. Ora il governo socialista francese, dopo l’attentato, ha scelto come risposta i bombardamenti, la limitazione della democrazia e delle libertà personali. E ha proposto di privare della cittadinanza gli integralisti islamici francesi, in un terribile quanto surreale tentativo di rimozione dell’unico dato certo di questa terribile storia: quasi tutti gli attentatori erano cittadini europei.
Nel parlamento francese, a parte quattro eroici oppositori - due verdi e due socialisti - tutti hanno votato a favore, anche la sinistra. Questo ritorno solenne della logica di guerra e dello stato di emergenza in Europa, peraltro guidata da un paese che la guerra mai ha smesso di farla, è un gran regalo alla destra estrema, che è in testa nei sondaggi in Francia, è andata al governo anche in Polonia, e ogni notte in Europa brucia una casa o un rifugio per immigrati.

Ogni volta che l’approccio securitario fa un passo avanti nella politica mainstream, fanno un passo avanti anche loro, nei consensi popolari e nello sdoganamento politico e culturale. Il fronte a loro opposto, quello della pace e dei diritti, è frammentato. A Parigi è vietato manifestare, anche se si troveranno modi creativi per farlo lo stesso. L’Europa e il mondo si apprestano alle manifestazioni per la giustizia climatica, in occasione della COP 21. Saranno l’occasione per mandare un messaggio diverso. Bisogna provarci. Ma una risposta all’altezza per ora non c’è.

Il movimento contro la guerra all’Iraq del 15 febbraio 2003, la famosa “seconda superpotenza mondiale” non era un movimento in più rispetto a quelli esistenti. Era la convergenza di attori sociali, sindacati, associazioni e movimenti tematici, che di fronte a un rischio drammatico scelsero di dire insieme “no alla guerra”. Ora ci provano gli attivisti della rotta balcanica - il movimento più giovane, più nuovo, più militante, più europeo che c’è in campo - a chiamare a raccolta le energie buone di Europa, il fronte della solidarietà.

L’appello è brevissimo: “Attivisti greci, turchi, dei Balcani occidentali e di tutta Europa impegnati sulle rotte dei migranti, si sono incontrati a Salonicco. E propongono a tutte le persone, i movimenti, le organizzazioni sociali, i sindacati che non vogliono vivere in un’Europa e in un mondo oscuro, ingiusto e antidemocratico di mobilitarsi e agire il 18 dicembre. No ai muri. Apriamo le porte. Pace, democrazia, giustizia sociale, dignità per tutti e tutte”. Non sarebbe difficile ascoltarli. E ce n’è molto bisogno.

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