Confindustria finge l’unità interna respingendo la proposta unitaria sul nuovo modello contrattuale, che rafforza salari e contratti nazionali. 

In Confindustria si apre formalmente la corsa al dopo-Squinzi. E mette d’accordo tutti dare un rapido benservito al documento “Un moderno sistema di relazioni industriali” di Cgil Cisl e Uil. Non che ci aspettassimo una reazione diversa dalla più grande organizzazione datoriale, sostenuta dall’azione “riformatrice” del governo Renzi. Magari anche piccata dalla proposta sindacale di misurare la rappresentatività delle organizzazioni datoriali.
La partita con la Confindustria e il padronato rimane tutta aperta, a cominciare dagli sviluppi di queste settimane sui rinnovi contrattuali. Dove, pur tra mille insidie e contraddizioni, il confronto non si è affatto chiuso. Servirà un’azione di mobilitazione coordinata – anche di fronte al vergognoso stallo della contrattazione nel pubblico impiego – ma ci sono le condizioni di base per raggiungere il risultato di rinnovare i contratti nazionali, confermando la centralità del Ccnl.

La stessa reazione confindustriale, del resto, conferma il valore positivo dei contenuti e dell’impostazione generale del documento unitario, che dovrà essere sottoposto al confronto nei luoghi di lavoro e diventare piattaforma vertenziale, con l’adeguato consenso e sostegno dei lavoratori.

Il documento rappresenta un fatto politicamente e sindacalmente rilevante, proprio perché riafferma il valore della contrattazione su tutte le materie della condizione lavorativa. E impatta contro il disegno di ridimensionamento, se non di cancellazione, del contratto nazionale. Al contratto nazionale, anzi, riporta non solo l’essenziale valore normativo e di sovradeterminazione rispetto alla contrattazione di secondo livello, ma anche la funzione – da sempre rivendicata dalla sinistra sindacale – non solo di difesa ma di aumento del salario reale.

Ci sono voluti più di vent’anni dagli accordi del luglio ‘93, per arrivare alla constatazione della caduta del salario, e alla consapevolezza del circolo vizioso recessivo e del rischio di “stagnazione secolare” da combattere con il rafforzamento della domanda aggregata, per superare posizioni che anche nel sindacato pensavano di recuperare potere d’acquisto ai salari solo attraverso la redistribuzione fiscale, peraltro inattuata nel contesto neoliberista.

Nella proposta, il contratto nazionale è ulteriormente rafforzato dalle norme sulla rappresentanza e la rappresentatività, che puntano alla piena applicazione del Testo Unico, e costituiscono il fondamento per dare piena concretezza all’articolo 39 della Costituzione in merito all’erga omnes, con l’esigibilità universale dei minimi salariali definiti dai Ccnl, in alternativa al salario minimo per legge.

Significativi sono poi i temi, riportati alla contrattazione, delle politiche per la valorizzazione del lavoro e la gestione dell’organizzazione del lavoro; della definizione delle regole della “flessibilità”, a partire dalla centralità del contratto a tempo indeterminato; della gestione delle crisi aziendali e delle politiche degli appalti. Insieme alla nuova definizione degli ambiti della contrattazione di secondo livello, che i contratti nazionali potranno definire anche come contrattazione territoriale o di distretto o sito o filiera, questi sono temi e strumenti che accrescono la piena inclusione di tutte le figure lavorative nella contrattazione, ricostruendo solidarietà e parità di diritti tra lavoratori e lavoratrici, oggi frammentati più dalla definizione giuridica del loro contratto che da diverse condizioni di lavoro.

Nonostante il richiamo all’articolo 46 della Costituzione, non ci persuade il capitolo sulla “partecipazione”. Pur coscienti delle mediazioni e della sparizione dell’azionariato diffuso, cavallo di battaglia della Cisl, il sistema duale dei Consigli di sorveglianza rappresenta un terreno inedito per il sindacato italiano. Potrebbe aprire opportunità innovative, ma anche rivelarsi una scelta pericolosa rispetto alla natura del nostro modello sindacale. Tanto più che i modelli e le esperienze, non sempre felici, del nord Europa e della Germania non sono esportabili, e rischiano di introdurre dalla finestra un sindacato “aziendalista” e “corporativo” che la proposta, mantenendo la centralità della confederalità e della contrattazione nazionale, fa uscire dalla porta.

Il documento unitario, comunque, porta il sindacato fuori dalla difensiva con una risposta di ordine generale, che va sostenuta nel rapporto con i lavoratori e nella necessaria mobilitazione.

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