Il governo italiano agisce al di sotto delle già scarse ambizioni dell’accordo di Parigi.

All’indomani dell’intesa del 12 dicembre scorso a Parigi a conclusione della ventunesima Conferenza Onu sul clima, anche la Cgil, così come tanti scienziati e attivisti “globali”, ha espresso la sua insoddisfazione per un accordo non all’altezza della drammaticità della situazione. Molti commentatori e capi di stato, compreso il governo italiano, hanno parlato invece di un accordo storico: per la prima volta, 195 paesi hanno condiviso la necessità di contrastare i cambiamenti climatici, e contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, e limitarne l’aumento a un grado e mezzo.

A distanza di due mesi da Parigi, cosa sta facendo il nostro paese per dare un impulso concreto agli obiettivi dichiarati in quella sede? Purtroppo le politiche di questo governo continuano a essere in netta contraddizione con quello che sarebbe necessario.

In Italia non esiste una strategia per la decarbonizzazione. Ci sono ancora 13 centrali a carbone in funzione; si continuano a erogare sussidi alle fonti fossili per almeno 3,5 miliardi di euro all’anno (ma Legambiente, che conteggia anche molti incentivi al consumo, stima circa 17,5 miliardi di euro l’anno); si autorizzano nuove trivellazioni per l’estrazione di petrolio e gas. Dall’altro lato, con la riforma delle tariffe elettriche, si aumentano le componenti fisse della bolletta penalizzando i bassi consumi e l’autoconsumo da fonti rinnovabili.

Non ci sono risorse sufficienti per il rinnovamento sostenibile del parco mezzi del trasporto pubblico locale; non si investe in prevenzione del dissesto idrogeologico e tutela del territorio, ma si spendono invece ogni anno fra i 3 e i 6 miliardi di euro per riparare i danni delle catastrofi “naturali” conseguenza dei cambiamenti climatici. Non c’è un piano per la forestazione, per la difesa del mare (fonti di sequestro di carbonio), per la riduzione delle emissioni di carbonio in agricoltura, né per la riduzione degli sprechi alimentari. Non ci sono investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie per la transizione, siamo in colpevole ritardo per le bonifiche industriali, ed è appena stato varato un decreto per la costruzione di otto nuovi inceneritori.

Un timido approccio al cambiamento è rappresentato dal Collegato ambientale alla legge di stabilità. In quel testo si introducono disposizioni in materia di incentivi all’uso di materiali post consumo, raccolta differenziata e riciclo; criteri ambientali minimi negli appalti pubblici; mobilità sostenibile e altre questioni. Ma sono disposizioni assolutamente ininfluenti rispetto al portato distruttivo del decreto Sblocca Italia in quanto a cementificazione, petrolio, gas e inceneritori. Con la completa assenza, per di più, di una strategia di politica industriale accompagnata da adeguati investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie, per la giusta transizione dei lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione, e per sostenere la creazione di nuova occupazione di qualità nei settori sostenibili.

La Cgil rivendica un radicale cambiamento del modello economico, per accelerare la transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile dal punto di visto ambientale, sociale ed economico. Un diverso modo di produrre e di consumare che tenga conto dei limiti delle risorse naturali, del rispetto della natura e della salute, dei diritti del lavoro a partire dalla piena occupazione, e della partecipazione democratica delle popolazioni alle decisioni.

Per questo la Cgil, a partire dal Piano del lavoro, ha proposto un programma di interventi per la creazione di posti di lavoro sostenibili nella tutela del territorio, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, nell’efficientamento energetico degli edifici, per lo sviluppo delle energie rinnovabili, per la riduzione della produzione dei rifiuti e il riuso dei materiali, per la bonifica dei siti industriali inquinati, nella tutela e nella valorizzazione dei beni culturali e artistici, nelle infrastrutture digitali, nei servizi alla persona, nell’istruzione, nella ricerca, nella sanità.

La Cgil rivendica al tempo stesso un piano nazionale per la decarbonizzazione, un nuovo modello economico più equo, sostenibile e democratico, l’occupazione sostenibile e la giusta transizione. La giustizia climatica ci impone di non lasciare indietro nessuno, in quella che è oggi una corsa contro il tempo, a fronte della più grande e rapida trasformazione industriale della storia umana. l

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