Finalmente sembra che sia possibile un cessate il fuoco in Siria, per consentire l’arrivo di aiuti umanitari a popolazioni stremate e sotto assedio da mesi, quando non da anni. In una guerra “civile” che ha già causato oltre 470 mila morti e un numero di profughi, fra interni e migrati, pari quasi alla metà della popolazione. Russia e Usa hanno alla fine concordato la “tregua”, a ulteriore dimostrazione che la guerra è un’altra tragica pagina dello scontro tra potenze: da una parte Russia, Iran ed Hezbollah libanesi, a sostegno del regime di Assad; dall’altra Usa, Turchia, Arabia Saudita, che non hanno esitato a finanziare le peggiori milizie pur di cacciare il dittatore.

La “comune” lotta all’Isis nasconde, in realtà, interessi diversi, a partire dal confronto “regionale”, prima che religioso, tra Arabia e Iran, e dalla volontà della Turchia di Erdogan di combattere i Curdi, piuttosto che il sedicente Califfato, finanziato dalle petromonarchie e in buoni affari col governo turco.

Il cessate il fuoco non è certo ancora la soluzione al tragico conflitto, mentre si annunciano altri scenari di guerra. Usa, Francia, Gran Bretagna e Italia si preparano ad un intervento armato in Libia. Anzi sono già sul terreno, o concedono basi per attacchi dei droni. Sempre contro l’Isis, si intende. Ma la situazione in Libia, dopo il sanguinoso e fallimentare intervento straniero del 2011, è di un conflitto di tutti contro tutti, con due governi “legittimi” che gli sforzi diplomatici dell’Onu non riescono a ricondurre ad uno.

Del caos, si sa, approfitta l’Isis, terribile minaccia contro tutti i popoli, con la sua violenza terroristica. Ma, come ampiamente dimostrato, le guerre permanenti occidentali in Afghanistan ed Iraq non hanno fatto che aggravare la situazione e contribuire a creare terreno favorevole per la crescita del terrorismo. Che va combattuto con scelte diverse dalla guerra e dalla riduzione delle libertà democratiche nei nostri paesi.

Per questo ribadiamo il nostro no ad intervento militare italiano in Libia. Rifugiati e migranti, poi, non possono essere vittime due volte: prima delle guerre, delle dittature e della miseria; poi, dei muri che un’Europa divisa e smarrita continua ad erigere. Come se migranti e profughi fossero la causa e non la conseguenza di politiche estere e di politiche economiche e sociali lontane e contrapposte dai “valori” europei, sbandierati ad ogni pie’ sospinto, ma quotidianamente contraddetti dalle politiche neoliberiste e di austerità dell’Unione. Lavoro Società, con il documento del coordinamento nazionale, pubblicato sul sito, dice ancora una volta no alla guerra e sì alla pace, alla cooperazione e all’accoglienza, in continuità con la sua storia, come quella della CGIL. La guerra e la pace ci riguardano direttamente.

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