Con il rinnovo del Ccnl, i lavoratori alimentaristi uniti hanno dimostrato che tutela, diritti, salario e sicurezza possono essere tenuti insieme. Con una prospettiva positiva per le nuove generazioni.

E' fatta. Abbiamo il contratto. Dopo quattordici riunioni e ben tre giorni di trattativa continua ed estenuante, il comparto alimentare ha il suo contratto. Ben 400mila lavoratori possono tirare un sospiro di sollievo.

Eppure tanti ostacoli si sono frapposti a questo risultato. La controparte, con le sue sedici associazioni di categoria, divisa come non mai al suo interno, trovava unità soltanto giocando al ribasso. Le richieste erano le più svariate: introduzione dell’orario multiperiodale, blocco ed eliminazione per i nuovi assunti degli scatti d’anzianità (come per il vecchio premio di produzione), il non riconoscimento della comunità di sito come elemento di contrattazione inclusiva.

La vera chicca era la proposta di un aumento salariale di 7 euro per tutta la durata contrattuale, giustificata dalla mancata richiesta della restituzione di 80 euro del vecchio aumento; la messa in discussione del secondo livello di contrattazione (P.P.O.), che secondo Federalimentare doveva essere a invarianza zero, minando nei fatti la redistribuzione della ricchezza prodotta dai vari siti, e caricando il Ccnl come unico elemento di distribuzione salariale.

Non parliamo poi del welfare e della bilateralità: venivano respinte tutte le nostre richieste, come la contribuzione di 2 euro/mese per i lavoratori iscritti al Fondo sanitario Fasa, o la creazione di un meccanismo di sostegno al reddito che potesse accompagnare i lavoratori ai quali mancavano non più di 24 mesi alla pensione. Pur di perdere tempo e compattare il fronte interno, Federalimentare voleva usare i contratti già firmati nei chimici-gomma plastica e nei portuali come punto di partenza. Negando di fatto le differenti specificità, il diverso impatto della crisi e delle storie contrattuali.

Le segreterie nazionali di Fai-Flai-Uila e tutta la delegazione trattante hanno avuto il merito di mantenere i nervi saldi, di non cadere nelle continue provocazioni, e di rimandare la palla nel campo avversario attraverso la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori che, con quattro ore di sciopero il 22 gennaio e il blocco degli straordinari e flessibilità, hanno permesso la riapertura del tavolo negoziale del 3 febbraio scorso.

Il valore del Ccnl Industria Alimentare, nella stagione dei rinnovi contrattuali, è di rappresentare un punto di riferimento come argine dell’attacco al salario e ai diritti dei lavoratori. Tutto questo è stato respinto: un Ccnl della durata di quattro anni, un aumento salariale di 105 euro in cinque tranche e con un montante di 2.815 euro, e la tenuta in generale sui diritti indisponibili, con una zampata vincente sulla costituzione degli Rls di sito. Arricchiscono il contratto, con elementi di welfare innovativi e solidali, il rinvio della compartecipazione contributiva al Fondo Fasa, a carico dei lavoratori iscritti, e la costituzione di una bilateralità di settore, per accompagnare e sostenere i lavoratori prossimi alla pensione e, nello stesso momento, sostenere anche le trasformazioni volontarie da full-time a part-time, finalizzate alla conservazione del posto di lavoro o come ponte generazionale.

Un punto veramente qualificante è l’aumento del congedo per le donne vittime di violenza di genere: da tre mesi, come prevede l’articolo 24 del decreto legislativo del 15 giugno 2015, a sei mesi; nella speranza che questo tempo in più possa dare una mano a chi deve ricostruire la propria vita e ritrovare le proprie sicurezze.

I lavoratori uniti, come al solito, hanno saputo scrivere una storia con un finale diverso. Hanno dimostrato che tutela, diritti, salario e sicurezza possono essere tenuti tutti insieme, senza dover penalizzare i lavoratori o scaricare i costi sulle nuove generazioni, come da un po’ di tempo e da tante parti si sta facendo. Buon contratto a tutte e tutti.

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