La sicurezza nei posti di lavoro dipende da norme e cultura. Centrale è il ruolo dei lavoratori e degli Rls. Ma il jobs act ripristina il potere assoluto del padronato, a scapito di partecipazione e prevenzione.

La partecipazione all’assemblea nazionale degli Rls di Cgil Cisl Uil dello scorso 11 febbraio a Napoli è stata notevole. Se fosse solo questo il parametro di riferimento per quantificare la sensibilità, ramificata, sul tema della sicurezza sul lavoro, avremmo risolto il problema. Purtroppo sappiamo che non è così. La sicurezza sul lavoro è ancora molto distante da una matura sensibilità, necessaria a sviluppare una cultura collettiva centrata sulla prevenzione.

Le statistiche ci consegnano un 2015 con oltre1.400 morti bianche, considerando tutte le morti sul lavoro, quindi anche quelle di chi non è assicurato Inail. La Campania è la seconda in questa terribile classifica dopo la Lombardia. Rimanendo ai dati Inail, ci sono stati 163 morti in più rispetto al 2014: una media di 98 vittime al mese, più di tre al giorno. C’è molto da fare, sia in termini di normative che di potenziamento degli organi di controllo e prevenzione nei luoghi di lavoro. Aspetti operativi che devono essere coordinati attraverso una regia nazionale, dato che non è sufficiente l’attuale operatività.

Accumuliamo dei notevoli ritardi sulla questione amianto, addirittura sulla fase della mappatura dei siti, mentre l’Italia è uno dei territori più contaminati. Come ricordava l’assemblea, è necessario affrontare l’argomento, avviare il piano nazionale amianto (Pna) attualmente fermo al tavolo della conferenza Stato-Regioni, a dimostrazione dell’insufficiente attenzione al tema da parte degli enti locali e nazionali.

Per tornare sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, spesso ascoltiamo dichiarazioni secondo cui “lavorare in sicurezza è una priorità nell’orizzonte dell’impresa”. Ma sono così distanti dalla realtà dei luoghi di lavoro che lasciano pensare a dichiarazioni formali, da salotto. Le statistiche, e soprattutto le dinamiche degli incidenti mortali sul lavoro, ci consegnano un’altra storia.

La sicurezza è cultura e normativa: la prima ricopre un ruolo centrale in percentuale maggioritaria. Cultura come coinvolgimento e sinergia collettiva dei soggetti preposti al raggiungimento dell’obiettivo comune di “infortuni zero”. Se crediamo che solo la tecnica espressa dalle normative (decreto legislativo 81/2008) possa essere sufficiente, facciamo un errore, perché conosciamo benissimo l’abilità del “sistema impresa” di interpretare le normative con atteggiamenti formali e burocratici, trascurando la prevenzione, mettendo al primo posto il profitto e la produttività.

La prevenzione è un modello culturale, che richiede formazione, analisi e investimenti, quindi progettazione di medio e lungo periodo. Il coinvolgimento propositivo dei lavoratori e degli Rls diventa centrale, con ruoli e competenze diversi. Loro conoscono i processi produttivi di filiera, sanno dove e come intervenire sulle prassi errate in uso, devono essere parte di questo modello culturale e non lasciati ai margini ed esclusi. O, quando va bene, veder riconosciuto solo formalmente il ruolo degli Rls perché previsto delle normative.

Come si può conciliare la crescita della prevenzione e il coinvolgimento come parte attiva dei lavoratori con il jobs act? Quando i lavoratori vivono una condizione di precarietà, subalternità e ricatto, come possiamo pensare che possano alzare la testa per interagire con l’azienda in situazioni di pericolo, e rifiutarsi di fare i lavori rischiosi? E’ saltato un altro pezzo con la cancellazione del reintegro (articolo18). Il lavoratore vive del proprio lavoro è lo difenderà, purtroppo a volte anche contro la propria sicurezza, come insegna ad esempio l’Ilva di Taranto.

La scelta della politica governativa è stata quella di schierarsi dalla parte dell’impresa, facendo saltare con il jobs act la pari dignità tra impresa e lavoratori, e riconfermando l’assolutismo padronale pre-1970 all’interno dei luoghi di lavoro, anche nel XXI secolo. Peccato che all’assemblea di Napoli fosse assente il ministro Poletti. Magari non poteva essere diversamente. Ma sarebbe stato interessante fargli conoscere queste considerazioni. E ancora più interessante sarebbe stato poter ascoltare le risposte. l

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