Dopo anni di discussione incagliata sulla disputa del rapporto tra conoscenze e competenze e sulle prerogative dei diversi soggetti istituzionali (Stato-Regioni), con le scelte operate dalla legge 107/15 sull’alternanza scuola-lavoro, e con gli altri interventi governativi sul jobs act e sull’apprendistato, si è riaperta la discussione sulla natura e sul ruolo dell’istruzione e della formazione in rapporto alle nuove prospettive economiche, sociali e culturali del nostro paese.

Mai come in questi mesi parole come alternanza scuola-lavoro, stage, tirocini, apprendistato, competenze, addestramento e orientamento stanno determinando una girandola di leggi, accordi, intese e protocolli, quasi sempre ispirati alle ricette confindustriali, che propongono le facili scorciatoie dell’aziendalizzazione del nostro sistema di istruzione superiore.

Nel dibattito che ha accompagnato l’approvazione della legge 107/15 si è sostenuto, per esempio, che l’aumento della disoccupazione giovanile dipendeva dalle rigidità del mercato del lavoro, e dal disallineamento tra la domanda di competenze richieste dalle imprese e ciò che la scuola è in grado di offrire. Il governo, sbandierando strumentalmente il modello duale tedesco, ha scelto di assecondare il nostro attuale sistema produttivo millantando la sua “vocazione formativa”, pur sapendo che è costituito prevalentemente da un tessuto di piccole e medie imprese a vocazione manifatturiera, con poca propensione all’innovazione e spesso indisponibile, anche culturalmente, a impegnarsi in percorsi di formazione.

L’idea secondo cui la scuola è la prima responsabile della dispersione e della disoccupazione è infondata, ed è anche inconciliabile con la struttura e le esigenze della società contemporanea, dove le specializzazioni professionali precoci, rigide e settoriali sono destinate a rapido deperimento, e non possono essere trasferite e adattate al continuo mutare delle tecnologie e delle nuove modalità di produzione.

Del resto, come previsto nella nostra Costituzione, la scuola non può essere un semplice strumento di allocazione delle risorse umane nel mondo del lavoro, né tanto meno palestra per l’adattamento imitativo a modelli sociali prestabiliti, ma deve fornire gli strumenti utili per orientare i ragazzi in una società in continua e rapidissima evoluzione. A questi mutamenti deve corrispondere il potenziamento del bagaglio iniziale di conoscenze, per garantire a ogni cittadino e ad ogni lavoratore il diritto alla formazione per tutto l’arco della vita.

Noi continuiamo a sostenere la necessità dell’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, fondamentale per aumentare il bagaglio culturale dei nostri ragazzi e per cambiare, in senso inclusivo, il nostro sistema formativo. Questa scelta deve prevedere una ridefinizione dei percorsi scolastici (dai nidi alle università), partendo dalla generalizzazione della scuola dell’infanzia, con una rimodulazione dell’intreccio fra istruzione e formazione professionale (con la valorizzazione delle metodologie laboratoriali), e con il potenziamento dell’intero sistema di istruzione tecnica superiore (Ifts, Its e Poli tecnico professionali).

Il governo ha approvato la “buona scuola” (un solo articolo, 212 commi e 9 deleghe ) senza nessun confronto con le rappresentanze sindacali. E rifiutando, con la richiesta del voto di fiducia, anche il confronto parlamentare. Ma come avevamo previsto, più si tenta di applicare la legge 107/15 più trovano conferma le motivazioni che hanno spinto tutti i sindacati a rifiutarla e contrastarla. Una legge che si dimostra non solo ingiusta ma anche sbagliata e inapplicabile, come si evince dai contrasti quotidiani nelle scuole, e come sarà confermato anche dai quesiti referendari (uno riguarda l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro) che saranno presentati a giorni.

La preoccupante situazione che si è venuta a creare dovrebbe far riflettere coloro che hanno predicato e praticato l’estromissione delle organizzazioni sindacali, dei lavoratori della conoscenza e degli studenti dalla discussione su questi temi. Oggi, alla vigilia dei rinnovi contrattuali, sarà comunque difficile eludere il confronto di fronte alle proposte avanzate dalla Cgil, discusse e approvate dai lavoratori con la Carta dei diritti universali del lavoro.

Non è più rinviabile un profondo cambio di rotta nelle scelte politiche del governo sui settori della conoscenza e sul mercato del lavoro. Sapere e lavoro devono interagire positivamente, per promuovere uno sviluppo economico e occupazionale centrato sulla qualità e l’innovazione. Bisogna avere il coraggio politico di partire dal pieno coinvolgimento delle parti sociali, dei soggetti istituzionali, di studenti e genitori, e aprire una grande discussione nel paese.

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