Il referendum del 17 Aprile contro le trivelle in mare è parte di una lunga battaglia contro le fonti fossili e per la transizione a un nuovo modello energetico, democratico e decentrato

Il prossimo 17 aprile si vota il referendum sulle trivelle. Il governo non ha accolto la richiesta dei promotori di accorpare il referendum con il primo turno delle prossime elezioni amministrative di giugno. Ha preferito sprecare oltre 300 milioni di soldi pubblici per fissare il referendum nella prima data consentita dalla legge, e così ridurre al minimo i tempi della campagna referendaria. E’ chiaro l’intento di scongiurare il raggiungimento del quorum, svilire l’istituto referendario, ed evitare un confronto aperto sulla politica energetica del paese.

Presentati da dieci Regioni, i quesiti referendari inizialmente erano sei. Dopo le modifiche introdotte nella legge di stabilità proprio per evitare i tanto temuti referendum, la Consulta ha ammesso un solo quesito, che riguarda la durata dei titoli abilitativi già rilasciati per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare entro le dodici miglia. Con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità, non possono essere concessi nuovi titoli abilitativi nelle zone di mare entro le dodici miglia dalla costa, ma i titoli già rilasciati potrebbero restare efficaci per tutta la durata di vita utile del giacimento.

Due dei cinque quesiti rigettati potrebbero, però, essere riammessi dalla corte Costituzionale se verranno accolti i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati da sei delle dieci Regioni proponenti. La Consulta dovrà valutare l’ammissibilità dei ricorsi sui due quesiti il prossimo 9 marzo. In caso di ammissibilità, non potranno essere accorpati al referendum del 17 aprile, proprio per la brevità dei tempi.

Il primo impegno della campagna referendaria sarà quello per il raggiungimento del quorum, ostacolato anche dal poco tempo a disposizione, e dallo svuotamento di contenuti che si è consumato nel frattempo. Il governo ha cercato di disinnescare il referendum, in particolare introducendo nella legge di stabilità il divieto di ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia marine, motivo per cui il ministero dello Sviluppo economico ha rigettato l’autorizzazione per la ricerca di petrolio e gas per 27 progetti, fra i quali Ombrina. Inoltre il progetto al largo delle isole Tremiti è saltato perché la compagnia irlandese Petroceltic non aveva i capitali necessari, e Shell Italia ha dichiarato che rinuncerà alla ricerca di gas e petrolio nel golfo di Taranto, a causa del calo del prezzo del petrolio e per l’instabilità del quadro di riferimento normativo nel nostro paese.

La campagna referendaria sarà impegnativa: meno di due mesi per una campagna che dovrà andare ben oltre la discussione sul singolo quesito. Serve infatti un confronto ampio nel paese, che partendo dal voto contro le trivelle si estenda alla necessità di una strategia energetica per la transizione verso il 100% di efficienza energetica e di rinnovabili, lasciando sottoterra le fonti fossili per un nuovo modello di sviluppo sostenibile e decarbonizzato.

Sul tema del modello energetico, la campagna “Stop devastazioni”, con i movimenti della scuola e il Forum italiano dei movimenti dell’acqua, all’interno di una stagione di referendum sui beni comuni, sta promuovendo un quesito specifico per le “trivelle zero”, per intervenire sui titoli minerari in terraferma, non inclusi nel referendum del 17 aprile. Il quesito, su cui verranno raccolte le firme nella primavera 2016 con l’eventuale voto nella primavera 2017, si riferisce all’articolo 4 della legge 9/1991, e prevede il divieto assoluto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi anche a terra, fatti salvi i permessi e le concessioni in atto.

Ci aspetta una lunga e importante lotta per contrastare l’uso delle fonti fossili, accelerando la transizione energetica a un nuovo modello energetico, democratico e decentrato. Il referendum del 17 aprile è il primo passo da fare, raggiungendo il quorum e votando “Sì”. 

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