Le lotte dei lavoratori hanno affermato negli anni ‘70 il diritto alla casa e l’edilizia pubblica. Ma da allora lo Stato ha abdicato al suo ruolo e, con la legge 112/98 ha messo la parola fine all’intervento pubblico.

Ripensare al tempo che ho passato in questa azienda è come ripensare a un lungo tratto di lotte del movimento operaio per il diritto alla casa. Un flashback di oltre 40 anni, lungo i quali, come un filo rosso, si sono succedute vittorie e sconfitte, avanzamenti e arretramenti. Se qualcuno oggi mi chiedesse un giudizio storico, mi chiedesse cioè a che punto siamo, non esiterei a dire che oggi denoto una diminuita attenzione rispetto a quanto, sulla casa pubblica in Italia, registravamo qualche decennio fa.

Fondamentale fu la mobilitazione sindacale e politica che con lo sciopero del novembre 1969 rivendicò, oltre al diritto al lavoro, quello dello sviluppo dell’edilizia pubblica. Da lì, con successive importanti mobilitazioni operaie, si arrivò all’inizio degli anni ‘70 all’approvazione di una fondamentale legge di riforma della casa, la 865, che determinò una diversa e più avanzata concezione dello sviluppo urbano, anche attraverso la rivoluzionaria riforma della disciplina dell’esproprio, oltre un secolo dopo la cosiddetta legge di Napoli.

Inserendo il comparto dell’edilizia residenziale pubblica all’interno delle politiche di welfare, la 865 trasferì agli Istituti autonomi case popolari tutto il patrimonio edilizio esistente, e ne riformò i consigli di amministrazione, prevedendo la presenza al loro interno di rappresentanti delle confederazioni sindacali.

Quelli furono anni di grande fermento. Anni che, dopo la legge sulla realizzazione dei piani di edilizia economica e popolare, permisero il sorgere di nuovi quartieri, e la risposta alla domanda di casa nel nostro paese. Vi fu allora un concorso di contributi pubblici e il sorgere di migliaia di cooperative edilizie, che determinò per anni uno sviluppo sostanziale della residenza pubblica e convenzionata. Così come fondamentale fu il piano decennale sulla casa del 1978, che per anni stabilì un importante intervento statale sull’edilizia pubblica.

Sostanzialmente da allora, al di là di sporadici e non coordinati interventi anche di carattere economico finanziario, cessa un vero e proprio intervento statale. Il culmine di questa politica di abbandono dell’intervento pubblico sulla casa è la legge 112/98. La soppressione delle trattenute Gescal determina la scomparsa dal bilancio dello Stato di ogni finanziamento all’edilizia residenziale pubblica.

Ho voluto sottolineare alcuni e parziali punti di riferimento della politica statale nel settore dell’edilizia pubblica, per evidenziare il continuo, progressivo e negativo disinteresse verso la politica della casa nel nostro paese. Potrei citare alcuni significativi interventi da parte delle Regioni, anche in termini economici e finanziari. Tuttavia questi si scontrano con il perdurare di lacci e lacciuoli da parte della politica economica e finanziaria dello Stato (si veda, in proposito, il cosiddetto pareggio di bilancio in Costituzione), che rallentano sostanzialmente la possibilità reale di interventi regionali.

Non vedo, ad oggi, sostanziali e positive modificazioni dello status esistente, né sono utili parcellizzazioni delle modalità di gestione, Regione per Regione, delle aziende che gestiscono l’edilizia pubblica. Ciò che è necessario è un nuovo coraggio da parte di uno Stato che sappia coordinare e proporre, perché la politica della casa è un tassello fondamentale della ripresa economica, e perché il diritto alla casa è l’elemento imprescindibile dal quale partire per un paese civile. 

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