Chiamami Peroni, sarò la tua birra. La pubblicità con la biondissima Solvi Stubing è entrata a far parte della storia della televisione italiana. Una bionda per la vita, tutta da bere. Chi l’avrebbe detto all’epoca - erano i meravigliosi anni sessanta - che la più famosa fabbrica italiana di birra (non ce ne vogliano Moretti e Menabrea) sarebbe finita in mani straniere, addirittura giapponesi?

Fra qualche mese la bandiera del sol levante garrirà idealmente dai pennoni degli stabilimenti di Roma, Padova e Bari. È il capitalismo bellezza. Ma anche il segnale che il marchio Peroni si era conquistato nei decenni una credibilità fuori dal comune, in un mercato difficile e affollato di concorrenti prestigiosi come quello della birra. La modella e attrice tedesca rimarrà icona di più generazioni di bevitori, ma il ventunesimo secolo non lascia scampo: sushi e birra.

Se c’è una consolazione, questa è il pedigree dell’acquirente. Non per caso la probabile vendita di Peroni ai giapponesi di Asahi non spaventa i lavoratori dell’azienda. Anche se i loro rappresentanti sindacali si augurano che non spunti fuori all’ultimo momento qualche nuovo potenziale acquirente, leggi un concorrente diretto nel florido mercato italiano. “Vedremo come andrà a finire”, tira le somme Fausto Ghirardon. Perché l’autorità per la concorrenza deve ancora fare il punto sul Risiko delle bionde in corso da qualche mese.

Ghirardon è un pezzo di storia della Peroni, visto che da ben trentacinque anni lavora nello stabilimento padovano dell’azienda. “Posso essere considerato la memoria storica della fabbrica”, scherza, maledicendo Elsa Fornero che non lo ha lasciato andare in pensione. Il lavoro certo non manca, visto che il mercato della birra non conosce crisi. Specialmente quando si ha a che fare, come nel caso della Peroni, con un filiera industriale tra le migliori d’Italia.

“Certo, la progressiva meccanizzazione della produzione ha portato, come rovescio della medaglia, a un minor numero di assunzioni. Più macchinari che controllano ogni fase della produzione vuol dire meno personale in fabbrica”, osserva Ghirardon, che è anche storico rappresentante sindacale per la Flai Cgil nello stabilimento padovano di via Prima Strada.

I circa 130 addetti seguono con attenzione le notizie che si rincorrono in merito ad una prossima offerta da 3,2 miliardi di euro che i giapponesi dell’Asahi Group Holdings hanno intenzione di mettere sul tavolo per la Peroni, per il suo marchio di eccellenza Nastro Azzurro e per l’olandese Grolsch. Tutti brand del colosso anglosassone delle bionde SabMiller, ora in una complessa fase di fusione con l’altra multinazionale europea della birra, la AbInbev. “Di qui l’esigenza, per evitare una concentrazione eccessiva di marchi di una sola multinazionale, di riequilibrare il mercato cedendo alcuni brand - aggiunge Ghirardon, che poi mima una bilancia in equilibrio per fotografare la situazione: “L’incertezza di oggi potrebbe essere domani un’opportunità”. Asahi si affaccerebbe sul mercato europeo, ed è noto che ai giapponesi piace fare le cose per bene.

Con 5 milioni di ettolitri prodotti l’anno scorso e una produzione che per il 60% prende la via dell’estero (principalmente dell’Inghilterra sotto il marchio Nastro Azzurro), lo stabilimento padovano della Peroni è tra i più avanzati in Italia nel settore. Solo l’anno scorso la proprietà ha investito a Padova circa 3 milioni di euro nel rinnovo delle strutture.

“Facciamo ottimi affari all’estero, non solo nel Regno Unito, ma anche in Svezia e in Germania”. Ne è passata di birra sotto i ponti da quando Ghirardon ha fatto il suo primo ingresso nello stabilimento di via Prima Strada. Era il 1981, Giovanni Battaglin trionfava al giro d’Italia e Bruce Springsteen con la sua E-Street Band infiammava i palasport europei con la tournée dell’album The River. “Mi iscrissi subito alla Cgil - ricorda Ghirardon - memore dei trascorsi comunisti di mio padre. Oggi sono capoturno, anche se tecnicamente non si chiama più così, e nel frattempo ho deciso di lasciare spazio ai giovani per le trattative sindacali. Non faccio più parte della Rsu, ma mi sono reso disponibile a diventare rappresentante dei lavoratori alla sicurezza”.

Tutti impazziscono per le bionde spumeggianti, soprattutto d’estate, mesi in cui il lavoro si moltiplica. “I tre turni possono diventare quattro. E il lavoro diventa più faticoso. Per giunta nella nostra ‘famiglia’ ci sono anche le ‘sorelline’ San Sebastian e Pilsner Urquell “. E ora i giapponesi ci stanno facendo ben più di un pensierino. Cin cin. 

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