Kamikaze che si fanno esplodere a Bruxelles. Kamikaze che si fanno esplodere a Lahore. Kamikaze che si fanno esplodere a Baghdad. Non ci sono differenze: la morte non è razzista, si prende donne, uomini e bambini senza guardare al colore della pelle, al sentimento religioso, al salario guadagnato con il proprio lavoro. Questa l’evidenza dei fatti. Che cozzano, invariabilmente, contro il muro di una credulità popolare talmente accentuata da far pensare di essere nell’alto medioevo.

Eppure ci sarebbero antidoti al terrorismo. La specie umana ha attraversato i suoi periodi evolutivi più fecondi, nell’antichità, quando ha potuto viaggiare, conoscersi, e commerciare, in ogni angolo del mondo allora conosciuto. In ogni porto, in ogni mercato, in ogni città. Poi le guerre chiudevano quelle parentesi di civiltà. Che pure studiamo ancora oggi, fin dai banchi di scuola.

L’enorme differenza con il passato è da una parte l’aumento esponenziale di distruzione delle armi. In grado oggi di cancellare una massa, piccola o grande che sia, con un unico gesto. Dall’altra la possibilità che hanno miliardi di uomini e donne di studiare almeno per sommi capi la storia della specie umana.

Dei popoli, dei loro usi e costumi, anche delle loro religioni. Di culture, che sono di per sé antitesi a ogni forma di guerre e terrorismi. Se solo fossero divulgate, nelle quotidiane narrazioni che avvolgono il pianeta, per quelle che sono. Culture. Anche diverse, mai distruttive. Se invece le narrazioni chiamano allo scontro di civiltà - e lo fanno! - il risultato è sotto i nostri occhi.

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