Uno degli sport preferiti in Italia è sparare sui forestali. Trasmissioni televisive, articoli di giornalisti e pensieri in libertà di politici si accaniscono contro i lavoratori forestali, quasi fossero il principale male che attanaglia questo paese. Si sparano numeri inverosimili sui dipendenti, e spesso e volentieri non si conosce la differenza tra operai forestali e guardie forestali, con disinformazione e paragoni improbabili persino con i Rangers del Canada.

Ne abbiamo sentite tante e viste di tutti i colori. Salvo poi, al primo temporale e alla prima esondazione di piccoli ruscelli che producono tsunami, alle prime frane e ai primi smottamenti, ricordarsi che il nostro territorio nazionale ha un alto tasso di fragilità idrogeologica, progressivamente divorato dal cemento, e avrebbe bisogno di una straordinaria opera di messa in sicurezza e di costante manutenzione e cura. Allora tutti si lamentano e invocano maggior sicurezza. Dimenticando di rispondere a una piccola domanda: chi dovrebbe fare questi lavori?

Il contratto nazionale degli operai e impiegati forestali - non le guardie forestali, che sono una forza di polizia e dal primo gennaio 2017 saranno accorpati ai carabinieri - è stipulato per “gli addetti ai lavori di sistemazione idraulico-forestale e idraulico-agraria”. Proprio questi lavoratori svolgono, o potrebbero svolgere, interventi a tutela dell’assetto idrogeologico del territorio, e non solo costruire sentieri per le nostre passeggiate nel bosco.
Insieme ai lavoratori dei Consorzi di bonifica, svolgono - o potrebbero svolgere - un lavoro di governo e regimentazione delle acque, con la pulizia delle aree naturali di esondazione, la costruzione di argini naturali, e la messa in sicurezza dei corsi d’acqua. Per non parlare dei lavori di tutela e difesa dei boschi, della biodiversità e dei parchi. Potrebbero svolgere, perché la situazione sta sempre più peggiorando. Le Regioni non fanno più progetti per il territorio, se non previsti dai piani di sviluppo regionali, e il ministero dell’Agricoltura latita.

Tutto è cominciato con la famosa riforma del Titolo V della Costituzione: la forestazione non era più fra le politiche in capo allo Stato, ma demandata alle Regioni come competenza residua-esclusiva. Già la legge Bassanini aveva decentrato alcune funzioni, ma è stata la legge costituzionale a cancellare la forestazione dall’articolo 117 della Costituzione.

Poi si è aperto il fuoco di fila contro le Comunità Montane. Secondo alcuni giornalisti e gli autori del famoso libro “La Casta”, erano un altro male profondo del nostro paese, strumento di spreco, clientele e malaffare. Forse avevano ragione, ma dimenticavano che dietro c’erano tanti lavoratori. Le Comunità Montane furono quasi tutte soppresse, gettando via il bambino e l’acqua sporca, e i lavoratori forestali abbandonati a destini diversi in ogni regione. Oggi in Sicilia sono dipendenti della Regione; in Calabria, Puglia e Umbria di un’Agenzia; in Campania alcuni sono dipendenti delle Province e molti ancora delle (sopravvissute) Comunità Montane; in Sardegna fra poco saranno dipendenti di un ente regionale, e in Toscana sono stati addirittura demandati alla gestione dell’Unione dei comuni.

Con le Comunità Montane è venuta meno anche l’associazione che le rappresentava, l’Uncem, confluita nell’Anci, anche se sopravvive ancora in alcune regioni e a livello nazionale. Con l’Uncem e le centrali cooperative si stipulava il Ccnl. Sparita la prima e più importante controparte, il Ccnl non si è più rinnovato dal dicembre 2012.

Il continuo taglio dei trasferimenti di risorse alle Regioni ha creato ovunque situazioni di grande sofferenza. In Campania alcune Comunità Montane non pagano gli stipendi da 26 mesi. In Toscana il 23 marzo i forestali hanno scioperato perché non erano previsti i fondi per i loro stipendi. Così come, nei giorni successivi, in Lombardia e in Puglia. Stesso problema in Sardegna e in Sicilia, dove le due Regioni hanno previsto fondi assolutamente insufficienti.

Il ministero dell’Agricoltura ha rinunciato a un ruolo di coordinamento delle regioni e di governance del settore. In Italia manca anche una politica forestale, oltre a quella agricola, e non esiste una visione unica, un’idea organica del settore della tutela e salvaguardia del territorio, abbandonato ad ogni regione che fa a modo suo. Dal 2008 non è stato più redatto il piano forestale nazionale, nè è stato più convocato il tavolo presso il ministero. La Flai ha deciso di dare vita ad una mobilitazione dei lavoratori forestali, per chiederne il rispetto della dignità e il Ccnl.

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