Non si era ancora spenta l’eco del referendum sulle perforazioni del sottosuolo marino in cerca di pochissimo petrolio e poco gas, che a Genova la Valpolcevera è stata inondata da centinaia e centinaia di metri cubi di greggio (nigeriano), a causa dell’esplosione di un oleodotto della raffineria Iplom. Chi da trent’anni vive e lavora nel capoluogo ligure, come Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, di fronte alle proteste degli esasperati residenti della valle ha commentato: “Non esagerano. Sono abituati a convivere con una realtà difficile, anche a sopportarla. Il petrolio ha fatto traboccare un vaso già colmo.

In quella valle c’è stata una riduzione degli spazi ambientali, sociali e sanitari, oggi è vissuta nei ritagli dello spazio fra la raffineria, l’oleodotto, altri impianti produttivi, strade e parcheggi. Storicamente è la zona più industriale della città. Dà lavoro, ma toglie ambiente e salute”. A riprova di questa testimonianza, una indagine epidemiologica - certificata dalla Regione Liguria - ha accertato che in Valpolcevera c’è un eccesso di mortalità rispetto alle altre zone di Genova. Non solo tumori, anche altre patologie.

A conferma del fatto che per tutta una serie di lavorazioni pericolose, spesso e volentieri arcaiche rispetto alla necessità sempre più stringente di produrre “pulito” per contrastare gli sconvolgimenti climatici, non si è certo pensato alla salute di chi vive nelle tante, altre enclave pericolose in giro per l’Italia.

Se ascoltassimo le popolazioni, con le loro sofferenze e le loro proteste, capiremmo tutti meglio.

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