I lavoratori non possono continuare a morire, ferirsi e rischiare ogni giorno, per l’ingordigia di pochi e le responsabilità di molti.

Dobbiamo, ancora una volta, parlare di incidenti in cava. Lo facciamo con il dolore che si ferma in gola, con la rabbia che ci sale dal cuore. Lo facciamo come lo abbiamo fatto in tante altre occasioni, troppe occasioni: ora che sono morti Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, così come lo abbiamo fatto quando ci hanno lasciati Lurand Lianaj, Bruno Maggiani, Nicola Mazzucchelli, Lucio Cappè, Enrico Mauceri, operai cavatori morti sul lavoro negli ultimi anni.

Lo facciamo quando leggiamo dei feriti, uno ogni 48 ore, e lo facciamo quando leggiamo della necessità di maggiori controlli e maggiore sicurezza. Sì, maggiori controlli e maggiore sicurezza, come se i controlli e la sicurezza non fossero la normalità richiesta in un distretto minerario tra i più grandi del mondo, ma una concessione che qualcuno ti dà.

Oggi tutti parlano di commissioni di indagine, di tavoli tecnici, di commissioni parlamentari. Oggi, così come tante altre volte in questi ultimi anni, quando un cavatore muore in un bacino marmifero.

Una certezza, oltre ai morti sul lavoro, comunque c’è: qui guadagnano pochi industriali e le montagne modificano radicalmente il loro profilo, si abbassano vistosamente e con una velocità incredibile. Ci sarebbe da chiedere perché il governo Renzi ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale e di bloccare, nei fatti, la legge della Regione Toscana che superava i cosiddetti “beni estimati”, con il ritorno alla collettività degli agri marmiferi, finora ritenuti beni privati.

Ora siamo in un limbo assurdo, in cui alle vecchie regole non sono subentrate le nuove, e così il distretto minerario di Carrara è una sorta di far west in cui la quantità della produzione è prioritaria rispetto ad ogni cosa. La qualità e la sicurezza del lavoro sono residuali rispetto alla domanda di marmo che viene dal mondo. A determinare il tutto, come sempre, il profitto. Quello che porta fuori ogni lavorazione, che riempie i piazzali e poi le navi per una esportazione selvaggia, frutto di una produzione in cui il valore del lavoro e la vita dell’uomo non riescono a competere con il capitale.

Le segreterie nazionali di Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil hanno deciso lo sciopero generale del comparto del marmo per il 28 aprile. “Nel comparto del marmo dal 2010 ad oggi hanno perso la vita 29 lavoratori; nel 2016 sono già quattro le vittime. In particolare, a Carrara, negli ultimi sette mesi si sono registrati 5 infortuni mortali”, hanno detto i tre sindacati, proclamando lo sciopero. E accusano: “il settore delle costruzioni paga un pesante tributo di sangue a causa delle inadempienze e delle superficialità con le quali viene organizzato il lavoro nelle aziende. A cominciare da quelle del marmo che, nonostante i positivi risultati economici del settore, non sembrano impegnate nel tramutare i valori positivi della ripresa anche in nuovi e più adeguati investimenti in sicurezza”.

Per i tre sindacati “vanno rafforzati i controlli ed elevate le sanzioni per chi non rispetta le regole, prevedendo la revoca, da parte delle istituzioni locali, delle concessioni alle aziende che non le rispettano”. Ci sarebbe e ci sarà molto ancora da discutere. Una cosa è certa: i lavoratori non possono morire, ferirsi o rischiare ogni giorno, per l’ingordigia di pochi e le responsabilità di molti.

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