Il contesto dei rinnovi contrattuali del terziario è difensivo: la posta in gioco - qui come in ogni altro comparto pubblico e privato del paese - è la salvaguardia stessa del contratto collettivo nazionale di lavoro come autorità contrattuale e normativa.

Nel rinnovo contrattuale del commercio – quello siglato per primo (l’ultimo?) - la posta in gioco è stata duplice. Da una parte la capacità di tenuta dei sindacati territoriali e delle rappresentanze aziendali sulla potestà contrattuale sull’organizzazione del lavoro; dall’altra, superare l’accordo separato del contratto precedente, quando Cisl e Uil accettarono un accordo senza la Filcams.

Il rinnovo del contratto del commercio per il triennio 2016-18, dopo una lunga e faticosa vertenza, interessa tre milioni di lavoratori, in una realtà distributiva frammentata, con le principali aziende del settore della distribuzione alimentare uscite da Confcommercio per dar vita ad una nuova associazione, Federdistribuzione. Tuttavia quello del commercio è il contratto di riferimento per quasi tutte le aziende di commercio all’ingrosso nei settori industriali, termosanitario, elettrico ed altri, come in quelle del cosiddetto terziario avanzato.

Ora, ai tavoli di Federdistribuzione, cooperazione e Confesercenti, l’obiettivo è ottenere un risultato comparabile con quello strappato al tavolo di Confcommercio, senza subire il ricatto occupazionale delle multinazionali del settore, e non accettando di far ricadere sui lavoratori il costo di una pesante fase di ristrutturazioni.

Sono in una situazione di stallo completo le vertenze contrattuali dei multiservizi, che si trascina da lungo tempo, dei lavoratori del turismo (industria turistica, pubblici esercizi, compagnie di viaggio, ristorazione collettiva), delle imprese di pulizia, delle farmacie e del comparto termale. Un milione e mezzo di lavoratori. Sono baristi, camerieri, cuochi, personale addetto alle pulizie e alla sanificazione, nei settori industriali come negli ospedali e negli uffici pubblici e privati, quelli degli appalti che consentono l’apertura di musei, biblioteche, plessi universitari e scolastici, lavoratrici delle mense aziendali e scodellatrici nella scuole, impiegati delle agenzie di viaggio, camerieri, cuochi e lavoratori della cosiddetta ristorazione veloce, farmacisti, e altri. Di fronte a loro una controparte frammentata: oltre 15 sigle da Confindustria a Legacoop, passando per Confcommercio. Una controparte litigiosa e incapace di sedersi intorno ad un tavolo per trovare soluzioni.

Il 6 maggio i lavoratori di questi settori scenderanno in sciopero per rivendicare contratti scaduti da almeno tre anni, ma per alcuni fino a sei. Le strade e le piazze delle città italiane daranno visibilità a queste lavoratrici e lavoratori. Si tratta di rivendicare in primo luogo il contratto, e di dare un segnale chiaro che i lavoratori e i loro sindacati non sono disponibili a politiche salariali e normative “restitutive”, quando invece vanno praticati e contrattati il terreno dei diritti e quello della inclusione.

La ripresa dei negoziati per centinaia di migliaia di lavoratori delle aziende della grande distribuzione e commerciali, affiliate alla cooperazione e a Confesercenti, è il risultato della pressione dei lavoratori con i riusciti scioperi del 7 novembre e del 19 dicembre scorsi, che hanno investito unitariamente mondi considerati tra loro distanti, disvelando la nuova natura, padronale, dell’impresa cooperativa.

Ma il tavolo con Federdistribuzione – che associa i grandi gruppi multinazionali come Auchan e Carrefour, e la quasi totalità delle aziende della distribuzione alimentare al minuto come Esselunga, si è aperto e chiuso assai rapidamente. Il 13 aprile sono cessate le trattative. Federdistribuzione pretenderebbe moderazione salariale (aumenti di un terzo inferiori a quelli firmati con Confcommercio), la destrutturazione del sistema di inquadramenti del precedente contratto con Confcommercio, la possibilità per le aziende di derogare tutte le norme del futuro contratto sulla base di parametri di redditività o di crisi determinati unilateralmente dall’impresa. Federdistribuzione vorrebbe anche ridimensionare le prestazioni di welfare contrattuale. Filcams Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs hanno proclamato, nelle aziende di Federdistribuzione, uno sciopero nazionale per l’intera giornata del 28 maggio, e ulteriori otto ore di sciopero da gestire a livello territoriale.

Le giornate di mobilitazione generale del 6 e del 28 maggio ridaranno la parola ai lavoratori. Un sacrificio necessario, ancora una volta, per far vedere, come già accaduto a novembre e dicembre del 2015, quanto siano determinati loro e i loro sindacati.

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