E due! Per la seconda volta nell’arco di due anni il Consiglio d’Europa ha condannato il governo italiano perchè viola il diritto alla salute e alla libertà delle donne che scelgono di interrompere una gravidanza. E’ stato accolto infatti il Reclamo (n.91) della Cgil presentato nel 2013, che dimostrava con ampiezza di dati e testimonianze al Comitato europeo il progressivo svuotamento nei fatti della legge 194, a causa dell’utilizzo scientifico dell’obiezione di coscienza. Tale da impedire a molte strutture la possibilità di garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Al centro del ricorso anche le discriminazioni nei confronti di medici e personale medico non obiettori, che per questo sono vittime di diversi svantaggi lavorativi.

La sentenza risale al 12 ottobre 2015, ma è stata resa nota soltanto l’11 aprile, a causa del lungo embargo che consentiva esclusivamente all’esecutivo di renderla pubblica prima di quella data, cosa che purtroppo non è avvenuta.

La prima condanna del Comitato europeo nei confronti dell’Italia è dell’8 marzo 2014 sul Reclamo collettivo presentato dall’organizzazione non governativa “International planned parenthood federation european network”. Nel Reclamo della Cgil era in ballo però anche la violazione dei diritti dei medici non obiettori, discriminati e vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. E per questo in via di estinzione: in alcune regioni le percentuali di obiezione fra i ginecologi sono superiori all’80%: in Molise (93,3%), in Basilicata (90,2%), in Sicilia (87,6%), in Puglia (86,1%), in Campania (81,8%), nel Lazio e in Abruzzo (80,7%).
A non applicare la legge 194 sono di fatto quattro ospedali pubblici su dieci, mentre continuano ad aumentare gli aborti clandestini, peraltro depenalizzati da un decreto legislativo (del 15 gennaio 2016) che inasprisce però le sanzioni amministrative, con multe che dai 51 euro passano da un minimo di 5mila ad un massimo di 10mila euro.

È dunque palese come in Italia si stia violando il diritto alla salute delle donne, e quanto sia urgente garantire il servizio di Ivg in ogni struttura e su tutto il territorio nazionale, nella piena applicazione della legge.
La ministra della salute si è detta stupita dalla sentenza, adombrando l’idea che si trattasse di dati vecchi, del 2013. Peccato che i dati fossero invece aggiornati alla udienza pubblica della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo lo scorso 7 settembre, un mese prima della sentenza. Dati, tra l’altro mai smentiti né dal ministero della salute, né dal governo italiano. Dati ignorati nella rassicurante relazione annuale al Parlamento (ottobre 2015) sull’attuazione della legge 194, in cui il ministero della salute perseverava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi Ivg, e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità”.

La verità è che a quasi 40 anni dalla legge 194, conquistata nel lontano 1978 dalle donne per abortire legalmente in ambiente ospedaliero, tutelate dallo Stato, siamo ancora oggi a difenderla dai ripetuti attacchi di ordine culturale e politico. Mentre il Sistema sanitario nazionale, nelle sue varie articolazioni territoriali, si rivela incapace di gestirne la corretta applicazione, e troppe volte le donne sono inascoltate.

Questo stato di cose ha favorito nel tempo un falso e fuorviante dibattito, tutto ideologico, sul presunto conflitto fra la tutela dei diritti riproduttivi delle donne e quella del diritto all’obiezione di coscienza. Una contrapposizione inesistente: la legge prevede l’obiezione di coscienza, purchè non venga usata massicciamente per negare alle donne di esercitare liberamente quello che è un loro diritto, oltre al diritto alla salute fisica e psichica. Esponendole, oltre al dramma dell’interruzione, anche al rischio della vita, con il ricorso all’aborto clandestino.

Questa decisione del Consiglio d’Europa è una grande vittoria. Riconferma che lo Stato deve essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito, affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri, e senza discriminazioni a seconda delle condizioni economiche di ognuna. Riconferma anche che il Sistema sanitario nazionale deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, come prevede la legge 194.

Il riconoscimento di queste violazioni è un’importante occasione per le donne e per i medici, ma anche per il nostro paese, affinché si dia finalmente una risposta concreta ed efficace alle assurde difficoltà che incontrano le donne quando tentano di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.

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