Mentre Ue e Usa tentano di accelerare il negoziato, cresce la mobilitazione contro il trattato di libero scambio, dove per l’Italia c’è molto da perdere. Anche la Cgil ha aderito alla manifestazione nazionale del 7 maggio a Roma.

L’Unione europea e gli Stati uniti tentano di accelerare il negoziato transatlantico di liberalizzazione di scambi e investimenti, il cosiddetto TTIP, prima della fine della presidenza di Obama che potrebbe portare, stando alle dichiarazioni di tutti i candidati alla Casa Bianca, a riaprire il dibattito sull’opportunità di una liberalizzazione ampia e fuori controllo non soltanto del commercio, ma anche delle regole, degli appalti e degli standard nei due blocchi di paesi.

L’ultima spiaggia sarà l’appuntamento già fissato per la settimana dell’11 luglio, dopo un passaggio intermedio a New York questa settimana, ma sia in Europa sia in Usa la contrarietà di sindacati e associazioni, ma anche autorità locali e parlamenti, non accenna a diminuire. La nuova stagione di mobilitazione parte da Barcellona, dove il 21 e 22 aprile si sono dati appuntamento, ospiti della Municipalità catalana, qualche centinaio di quegli oltre 1.200 sindaci e presidenti di regione in Europa che si sono dichiarati #fuorittip. E anche in Italia ormai si viaggia oltre i 50 enti locali, da Milano a Brindisi, da Livorno a Civitavecchia, da Cuneo a Tricase, alle regioni Abruzzo, Toscana, Puglia e Val D’Aosta, che hanno espresso la loro preoccupazione sostenendo sulla piattaforma Progressi la petizione “Fuori il TTIP dalla mia città” (http://www.progressi.org/fuorittip), e suggellando la propria preoccupazione con un atto ufficiale.

In Italia la Campagna STOP TTIP (www.stop-ttip-italia.net) può contare sull’adesione di oltre 250 organizzazioni e sindacati e oltre 50 comitati locali in città piccole e grandi. Per far crescere un ampio dibattito pubblico che al momento non c’è, perché l’Italia istituzionale è tra i più forti supporter degli interessi delle grandi imprese, la Campagna italiana ha convocato per il 7 maggio prossimo a Roma una manifestazione con cuore a Piazza del Popolo, dove produttori, lavoratori dell’agricoltura, del settore pubblico, attivisti, docenti, studenti e cittadini interessati scenderanno in piazza per parlare e per capire di più del trattato e dei suoi impatti.

Per l’Italia c’è molto da perdere, soprattutto nel mercato europeo e interno per i prodotti di qualità che ancora cresce e assicura occupazione nel paese. Il nuovo rapporto “Faq: Il TTIP fa bene all’agricoltura italiana?”, redatto da Fairwatch per la Campagna STOP TTIP, a questa domanda risponde, dati alla mano, “No”. Innanzitutto, ad esempio, perché due terzi delle imprese italiane del settore esportano al massimo in Europa e, non avendo alcuna chance di aprire commerci con gli Usa, vedrebbero gli scaffali e i banchi dei nostri mercati riempirsi di prodotti a stelle e strisce a minore costo, e spesso bassa qualità, con aumenti, per alcuni settori, fino al 5mila per cento di volumi in più ogni anno.

In secondo luogo perché, per proteggere negli Usa un numero molto ristretto di prodotti a denominazione d’origine italiani, saremo costretti ad ammettere anche nel nostro mercato la circolazione delle copie di tutti gli altri, ma anche di tutti quei prodotti che sono stati registrati fino ad oggi con un marchio che assomiglia a quelli italiani più famosi, e che non verranno buttati fuori mercato.

A parte che per i formaggi e in piccola parte per il vino, che già oggi stravince sul mercato americano senza bisogno del TTIP, cereali, olio, latte, frutta, verdura, fiori carni e salumi subirebbero una concorrenza terribile e molto dannosa sia negli Usa, sia in Europa, e addirittura in Italia. Sindacati come la Flai Cgil, associazioni che proteggono il cibo di qualità come Slow Food, e centinaia di piccoli e medi produttori, come il consorzio dell’Olio della Sabina e i produttori del latte a Padova, già da mesi denunciano, inascoltati, il possibile disastro. La speranza è che la piazza romana restituisca loro, e ai loro amministratori, la voce e il dialogo che chiedono.

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