Il Brasile vive un momento politico grave e particolarmente pericoloso per le lavoratrici ed i lavoratori. Dopo l’approvazione alla Camera dei deputati dell’apertura del processo di impeachment contro la presidente Dilma Rousseff - accusata di irregolarità nella pubblicazione del bilancio federale - oggi il tramite è al Senato. In caso di voto favorevole dei due terzi degli 81 senatori, Dilma Rousseff decadrebbe dall’incarico, e il vicepresidente Michel Temer si insedierebbe ufficialmente per formare un nuovo governo. Lo stesso Temer, del Partido del Movimiento Democrático Brasileño (PMDB), ex-alleato di governo e oggi a capo della cospirazione, è a sua volta sottoposto ad una richiesta di impeachment.

La grottesca offensiva golpista, rafforzatasi dopo la rielezione di Dilma, è guidata da Eduardo Cunha, presidente della Camera e membro dello stesso PMDB, sotto inchiesta per corruzione. Sia chiaro che ciò che sta avvenendo in Brasile non ha nulla a che vedere con la lotta alla corruzione. È in corso è un vero e proprio colpo di Stato, travestito da richiesta di impeachment nei confronti di Dilma, senza basi legali. Si tratta di una grave minaccia alla democrazia, alla sovranità nazionale e alle conquiste sindacali e sociali di questi ultimi anni.

Non c’è dubbio che il quadro latino-americano è caratterizzato dalla controffensiva Usa per riprendere il controllo del suo “cortile di casa”. Scartati per il momento i sanguinosi golpe vecchio stile (alla cilena, per intenderci) oggi si preferisce uno schema di “golpe blando”, di golpe “istituzionale”, come in Honduras (2009) e in Paraguay (2012). Al posto dei carri armati si usa l’artiglieria mediatica, per raggiungere lo stesso scopo: rimuovere i governi sgraditi al grande capitale e all’impero. E le recenti battute di arresto elettorali per le forze democratiche in Argentina, Venezuela e Bolivia fanno parte dello stesso fenomeno, con un copione che si adatta al teatro dove va in scena.

Nel caso brasiliano l’obiettivo delle forze che hanno alimentato questa farsa è quello di liquidare i diritti sociali e dei lavoratori. Il blocco sociale golpista è formato in primo luogo dalla Confindustria brasiliana (la CNI con la sua filiale di Sao Paulo FIESP in prima fila, come già nel golpe del 1964), dalla potente organizzazione dei latifondisti (CNA), settori della Polizia Federale e del potere giudiziario, esponenti dei partiti sconfitti nelle urne, come il PSDB di Aecio Neves ed il PMDB, fino a ieri alleato di governo di Dilma. Il tutto con il generoso aiuto dei media golpisti, Rete Globo in prima fila, che hanno incitato e dato copertura ad una operazione condotta contro la sinistra al governo. Gli stessi soggetti e classi sociali che stavano dietro al golpe civico-militare del 1964.

Gli obiettivi sono chiari: nel documento “Un ponte per il futuro”, l’attuale capo golpista e vicepresidente Temer promette alla Confindustria di eliminare importanti leggi a favore dei lavoratori, stabilire il primato del mercato, e imporre l’esternalizzazione senza restrizioni a scapito dei diritti. Si parla di austerità, di aggiustamento fiscale, di ridurre le già scarse risorse per la sanità, l’istruzione e i programmi sociali, della fine della valorizzazione del salario minimo, di ridurre i benefici della sicurezza sociale, ed eliminare l’età minima di pensionamento.

Ancora più a destra, il PSDB segue lo stesso percorso: con una lettera di 15 punti inviata a Cunha rivendica il programma dell’oligarchia, sconfitta nelle urne. Per quanto riguarda gli Stati Uniti (rimasti eloquentemente in silenzio), dopo gli scandali delle intercettazioni dei telefoni di Dilma e dei dirigenti dell’impresa statale petrolifera Petrobras, il possibile bottino è ancora più alto: le ingenti ricchezze minerarie del paese, gli enormi giacimenti petroliferi del “Pre-sal”, le grandi imprese statali da privatizzare, a partire proprio da Petrobras.

Sarà pura coincidenza che l’attuale ambasciatrice statunitense in Brasile, Liliana Ayalde, stesse in Paraguay poco prima del golpe parlamentare contro il legittimo presidente Fernando Lugo? Nella strategia degli Usa per ricostruire egemonia, non bisogna sottovalutare l’obiettivo del cambiamento di politica estera di Brasilia. In primis recuperare una relazione privilegiata con Washington e dare le spalle all’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi, sabotando Mercosur, Unasur e Celac. Sullo scacchiere globale, si tratta di indebolire il blocco dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) che mette in discussione il dominio unipolare Usa. Nel frattempo, il 10 maggio è convocata una grande mobilitazione a difesa della democrazia, della sovranità nazionale e dei diritti sociali.

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