La mobilitazione del 26 maggio per il diritto al contratto nazionale, e il contrasto della riorganizzazione autoritaria della sanità e dei servizi pubblici della giunta leghista. 

Ora basta. E’ finito il tempo delle attese. Dopo la firma dell’intesa con l’Aran del 4 aprile scorso, che ha definito la riduzione dei comparti di contrattazione, non ci sono più alibi: il governo deve dare avvio alla trattativa per il rinnovo dei contratti e rimuovere il blocco che la Corte Costituzionale, con sentenza 178/2015, ha dichiarato illegittimo.

A quasi un anno di distanza, le organizzazioni sindacali di categoria hanno dovuto aprire l’ennesima vertenza per sperare di sedersi attorno a un tavolo. E’ in questo contesto di mobilitazione nazionale che il prossimo 26 maggio è stato proclamato unitariamente lo sciopero per l’intero turno di lavoro dei dipendenti pubblici e della sanità privata del Veneto, con corteo e comizio a Venezia in Campo San Geremia.

In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, da troppi anni il sistema dei servizi pubblici rappresenta un aiuto a cui molte famiglie in difficoltà non possono rinunciare. Per contrastare la deriva delle privatizzazioni e la riduzione del perimetro di intervento pubblico, per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini tenendo insieme e rafforzando i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, è necessario negoziare le condizioni e l’organizzazione del lavoro. Il contratto deve riconquistare la sua funzione di autorità salariale.

La posta è alta: è in gioco il valore del contratto nazionale, è in gioco la dignità del lavoro pubblico e quindi dei servizi che garantisce. Ma anche l’ultima legge di stabilità, in continuità con le precedenti manovre, riduce impoverisce e destruttura i servizi, attraverso un costante e progressivo definanziamento che colpisce pure le risorse necessarie per garantire una cifra accettabile per il rinnovo contrattuale. Non la paghetta per mangiare una pizza con gli amici.

La mobilitazione avrà come obiettivo anche la richiesta di attivare con la Regione Veneto un tavolo che non rappresenti il solito rito delle audizioni in commissione o Consiglio regionale, ma un confronto vero rispetto alle politiche e alle iniziative che la giunta Zaia sta mettendo in cantiere. In modo particolare per quanto riguarda la sanità, la sua riorganizzazione e il sistema socio-sanitario del Veneto; la riorganizzazione delle Ipab; la gestione e la razionalizzazione degli enti strumentali; il riordino istituzionale.

Il modello sanitario veneto è spesso additato come esempio di funzionalità e qualità. La giunta Zaia sta mettendo in campo un nuovo assetto organizzativo che di fatto più che dimezza il numero delle Ussl venete, e istituisce una “Azienda Zero” diretta con poteri illimitati dal Direttore generale sanità e sociale. Un concentrato di autoritarismo: al direttore stanno in capo gestione, coordinamento, programmazione e potere di nomina dei membri degli organismi di controllo dell’azienda, lasciando a metà l’attuazione del nuovo piano socio-sanitario, lasciando inalterato il problema delle carenze di organico, e passando in secondo piano tutto il versante sociale in una regione a forte invecchiamento.

Inoltre si ridimensiona il ruolo non solo del Consiglio, in una materia che assorbe una quota enorme del bilancio, ma anche dei sindaci e dei soggetti a vario titolo coinvolti. E il personale impegnato a garantire standard di qualità e orari sempre più ampliati - pensiamo alle prestazioni diagnostiche - è notevolmente ridotto, con un turnover insufficiente a fronte di un calo consistente delle retribuzioni medie, sia per quanto riguarda gli infermieri che gli operatori socio-sanitari.

Altro punto fondamentale del confronto con la Regione riguarda il riassetto istituzionale e la razionalizzazione della gestione degli enti strumentali, di cui si parla da troppi anni, per lavorare in prospettiva di un “Sistema Regione” che semplifichi le procedure, abbatta le complicazioni burocratiche, abiliti le sinergie operative tra enti per offrire servizi più trasparenti e accessibili. Ci aspettiamo risposte vere e non facili promesse. Altrimenti faremo sentire ancora la nostra voce.

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