Il balzello sugli immigrati resterà solo un brutto ricordo. Ma quanta fatica. C’è voluta tutta la tenacia della Cgil, e del patronato Inca, per cancellare il decreto che imponeva di pagare una tassa ulteriore fra gli 80 e i 200 euro ai cittadini extracomunitari che chiedevano il rilascio, o il rinnovo, di un permesso di soggiorno. Ulteriore, perché la tassa si sommava alle altre spese che gli immigrati devono sostenere: dai costi in senso stretto (30,46 euro per un permesso di oltre 90 giorni), alla marca da bollo (16 euro), fino alle spese postali per la spedizione dell’assicurata con la domanda (30 euro). In totale quasi 80 euro, che continueranno ad essere pagati. Senza però ulteriori sovrapprezzi.

Il balzello era stata un’idea, malsana, dell’ultimo governo Berlusconi. E non era stato messo in discussione dai governi Monti, Letta e Renzi. Solo grazie a un ricorso di Cgil e Inca alla Corte di giustizia europea, quest’ultima ha deciso che il decreto (il 304/2011) era in contrasto con la normativa comunitaria. Ricordando che “l’obiettivo principale della direttiva Ue sullo status dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo è l’integrazione”, la Corte ha sentenziato che, sebbene gli Stati membri abbiano un margine discrezionale, “tale potere non è illimitato”. In altre parole, non si possono chiedere centinaia di euro per un diritto.

Il Tar del Lazio si è adeguato. E adesso l’Inca stima che un milione di immigrati possano chiedere il rimborso: “Ora il governo deve predisporre la procedura – tira le somme una soddisfatta Morena Piccinini – per restituire i soldi a chi ha pagato”.

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