Incentivi e jobs act non modificano un mercato del lavoro asfittico e precario. L’unica tipologia in aumento esponenziale è quella dei voucher, da abolire con uno dei referendum Cgil.  

E' possibile dire la verità e ciò nonostante non dare una rappresentazione corretta della realtà? Sì, se non si dice tutta la verità. Un fenomeno simile caratterizza da sempre le analisi e statistiche sull’andamento del mercato del lavoro e dell’occupazione. I dati che vengono forniti non necessariamente sono inventati. Ma, se forniti senza le necessarie chiavi di lettura e soprattutto in termini parziali, non sono (volutamente) utili a rappresentare la realtà.

E’ opportuno precisare che in Italia le fonti principali sono tre: Istat, Ministero lavoro e politiche sociali (Mlps), Inps. Inps e Mlps si basano su dati di flusso (nuovi rapporti di lavoro). L’Istat fornisce invece dati sulla consistenza dell’occupazione totale (dipendenti e autonomi), della disoccupazione e dell’area di inattività, in genere come dato medio riferito ad un certo arco di tempo.

Non c’è dubbio che le statistiche Istat siano le più idonee a fotografare la realtà in un determinato periodo, specie se non eccessivamente breve; e questo pur sapendo che le rilevazioni, oltre a presentare qualche errore statistico, sono svolte secondo i criteri Eurostat, e tendono a sovrastimare gli occupati (è considerato tale chi ha svolto almeno un’ora di lavoro nella settimana precedente) e a sottostimare i disoccupati: al riguardo vengono considerati tra gli inattivi coloro che cercano lavoro ma non hanno effettuato azioni di ricerca nel mese precedente, oppure non sono immediatamente disponibili al lavoro magari per gravi motivi familiari.

Dall’ultima nota flash dell’Istat del 31 maggio scorso apprendiamo che il mese di aprile 2016 fa registrare, rispetto a marzo, un incremento di 51mila occupati (+0,2%), e di 50mila disoccupati (+1,7%). Mentre gli inattivi (coloro che non lavorano e non cercano lavoro) scendono di 113mila unità (-0,8%). Se invece si considera il trimestre febbraio-aprile 2016, rispetto al precedente novembre 2015-gennaio 2016, l’incremento degli occupati si riduce a 35mila unità, con i disoccupati in calo di 5mila, cui però corrisponde una minore riduzione degli inattivi a 78mila persone.

In sostanza, il mese di aprile segnala una riduzione degli inattivi, con un travaso di pari entità verso gli occupati e verso i disoccupati (inattivi che si sono rimessi a cercare lavoro). Evoluzione positiva, per carità, ma parliamo pur sempre di variazioni dello zero virgola...

Ad aprile 2016 il tasso di occupazione è del 56,9% (66,3% maschi e 47,6% femmine) con un incremento rispetto a 12 mesi prima dello 0,8% (1% maschi e 0,6% femmine); la disoccupazione all’11,7% (-0,4%) e il tasso di inattività al 35,4% (-0,6%). Guardando poi ad un altro aspetto, tanto sbandierato dal governo, e cioè la riduzione della precarietà, scopriamo che negli ultimi dodici mesi i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati dell’1,9%, mentre quelli a termine sono calati dello 0,9%. Valori non dissimili registriamo se si confronta il dato medio dell’intero 2015 con quello del 2014: per stare agli occupati totali, gli stessi risultano in aumento di 186mila unità (+0,8%).

Con questi numeri, molto più chiari di tutti i calcoli su nuovi avviamenti, trasformazioni, cessazioni ecc., che pure meriterebbero di essere indagati, diventa francamente difficile parlare di “scossa”, di “choc”. Questo nonostante nel periodo considerato ci sia stato il combinato disposto di fattori favorevoli esterni (basso prezzo materie prime, basso costo del denaro, deprezzamento euro/dollaro), con i regali del governo alle imprese: libertà di licenziamento per i nuovi assunti, ed esonero contributivo totale incondizionato.

Infine, sempre in riferimento alla riduzione della precarietà, va richiamato l’andamento del lavoro “a voucher”: nel 2015 ne sono stati venduti oltre 115 milioni (riscossi poco più di 88 milioni, sarà una conferma che vengono tenuti nel cassetto?), con il + 66,3% sul 2014. I primi mesi del 2016 indicano un ulteriore incremento del 45,6% sul 2015, mentre l’età media dei lavoratori è passata dai 60 anni del 2008 a 36 anni: un modo originale per ridurre il dualismo del mercato del lavoro che stava così a cuore a Matteo Renzi. Il consiglio dei ministri del 31 maggio avrebbe dovuto adottare misure (minime) per ridurre gli abusi, ma il provvedimento è stato rinviato su decisione dello stesso presidente del consiglio, smentendo clamorosamente gli annunci del ministro del lavoro.

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