Un convegno del sindacato su Piano del lavoro e sviluppo sostenibile. 

Nel contesto della Settimana europea per lo sviluppo sostenibile, il 31 maggio la Cgil ha organizzato un’iniziativa sul “lavoro verde”. Si è trattato di una rilettura e di un rilancio del Piano del lavoro, anche alla luce di una più profonda consapevolezza di tutti gli aspetti della crisi, portando avanti l’elaborazione della Cgil dopo una fase che ha mostrato alcune contraddizioni. L’emergenza climatica, che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza umana sul pianeta, e la necessità di un’equa distribuzione delle limitate risorse, con un numero di abitanti sempre in crescita, ci impongono un radicale cambiamento di modello di sviluppo. Uno sviluppo sostenibile basato sulla piena occupazione e la giustizia sociale, ambientale e climatica.

Il Piano del lavoro, presentato dalla Cgil nel 2013, aveva già in sé gli elementi della sostenibilità. A partire dalla convinzione - ne era il presupposto - che non si può uscire dalla crisi se non si parte dal lavoro, con gli obiettivi della piena occupazione e della dignità del lavoro.

Il Piano del lavoro rivendica il ruolo del pubblico in economia, non solo attraverso la programmazione economica ma anche con la creazione diretta di posti di lavoro. Individua, quindi, i principali settori in cui lo Stato deve investire e assumere: ricerca, innovazione tecnologica, beni comuni sociali, ambientali e culturali. La ricchezza dell’Italia risiede in se stessa e le grandi opere strategiche di cui il paese ha bisogno sono le bonifiche, la tutela del territorio e dei beni artistici e culturali, l’efficienza energetica degli edifici, il sistema scolastico e universitario, la cultura, gli impianti a fonti rinnovabili, la ricerca e l’innovazione tecnologica, la sanità, i servizi sociali, l’agricoltura biologica, la riqualificazione urbana, l’uso efficiente delle materie, la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio.

Il 97% degli scienziati climatici concordano sul fatto che i cambiamenti sono causati dagli esseri umani; che hanno effetti devastanti e irreversibili, e costi altissimi. Tre quarti delle emissioni che determinano i cambiamenti climatici derivano dall’uso delle fonti fossili di energia. La Cgil, con senso di responsabilità ma anche consapevole delle opportunità occupazionali del cambiamento, sa che l’energia è la questione principale. Nel documento conclusivo dell’ultimo congresso si afferma l’importanza di un’accelerazione della transizione energetica verso un modello basato su efficienza e fonti rinnovabili nel nostro paese.

Accelerare la transizione è possibile. E conviene. Uno studio realizzato dall’Università di Stanford dimostra che abbiamo le tecnologie per realizzare nel 2050 un sistema energetico al 100% di rinnovabili. Lo studio mostra per l’Italia che la transizione energetica porterebbe la creazione di 379.536 posti di lavoro in fase di installazione, e di 526.587 in fase operativa; un risparmio pari al 6% del Pil per i minori costi sostenuti per mortalità premature e malattie causate dall’inquinamento delle fonti fossili di energie, e una riduzione del 40% del costo kWh dell’energia, senza considerare i costi delle esternalità negative legate alle fonti fossili.

D’altra parte, come spiega l’ormai noto grafico dell’Università del Massachusetts, i migliori investimenti sono quelli nell’economia verde, perché hanno un doppio beneficio, sull’ambiente e sulla creazione di lavoro. Il grafico evidenzia i diversi impatti occupazionali che si hanno investendo un milione di dollari in vari settori: 5 occupati nel gas, 7 nel carbone, 12 nelle smart grid, 13 nell’eolico, 14 nel solare, 16 nelle biomasse, 17 nella ristrutturazione edilizia, 22 nei trasporti collettivi e nel trasporto ferroviario di merci. Dati da non sottovalutare anche alla luce delle perdite occupazionali che potrebbero determinarsi a causa dell’innovazione tecnologica, l’automazione, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, le biotecnologie e la stampa 3D (5 milioni di posti di lavoro in meno al 2018 nelle 15 economie mondiali più sviluppate, stima il World economic forum).

Ora c’è una lotta da fare per realizzare gli obiettivi del Piano del lavoro. Va portata avanti contro le politiche reazionarie del governo, rivendicando lo sviluppo sostenibile in tutte le sue declinazioni, e costruendo vertenze e contrattazioni sociali territoriali che mettano al centro gli interessi dei lavoratori e delle popolazioni, la riconversione ecologica e la decarbonizzazione dell’economia, l’uso efficiente delle risorse, e la giusta transizione dei lavoratori.

 

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