Chiamare le amiche e gli amici da casa significava conquistare un pezzetto di libertà. Ci siamo passati tutti, almeno quelli che hanno più di trent’anni. Con il prezioso ricevitore che veniva allucchettato dopo l’arrivo di una bolletta particolarmente salata. Il telefono la tua voce. Era la Sip (Società italiana per l’esercizio telefonico), nata nel 1964 dall’unione di cinque operatori, sotto il controllo dello Stato.

Quanta acqua è passata sotto i ponti. La liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni portò negli anni novanta alla nascita di Telecom (1994) e della sua divisione mobile Tim (1995). Si entrava nel futuro, in una nuova dimensione - digitale - di cui oggi non potremmo fare a meno: computer connessi in tutto il globo, smartphone, tablet, tv interattive. Se due più due facesse sempre quattro, Telecom e Tim – oggi riunificate sotto il brand Tim - dovrebbero nuotare nell’oro. Invece il settimo gruppo economico italiano per fatturato, nella classifica dei primi cinquecento del pianeta, ha molti più debiti di Madame Bovary. Perché 30 miliardi di euro sono poco meno della famigerata finanziaria lacrime e sangue del governo Amato.

Piange il telefono. Una cifra enorme, il frutto della scellerata decisione di permettere che Telecom dopo la privatizzazione fosse scalata a debito. Fin dalla fine degli anni novanta. Ricordate i capitani coraggiosi, Gnutti e Colaninno? Gli effetti collaterali sono davanti ai nostri occhi: finita nelle mani del gruppo francese Vivendi (24,9% delle azioni), ora l’azienda deve affrontare l’ennesimo piano di ristrutturazione. Tagli, prepensionamenti e contratti di solidarietà come se piovesse, anche dopo la nomina ad amministratore delegato di Flavio Cattaneo.

Samuele Falossi lavora alla Tim dal 1988, è passato dalle centraline che regolavano il telefono di casa, e quelli a gettoni dei punti pubblici, alle fibre ottiche. Vita e miracoli di una multinazionale che ha decine di migliaia di addetti. Lavoratori che non sopportano di veder la loro azienda sballottata come una nave in tempesta. Falossi è uno storico delegato sindacale della Telecom/Tim di Firenze, dove il 30% degli addetti ha in tasca la tessera della Slc Cgil. Oggi è il referente del sindacato delle comunicazioni dell’intera Toscana. Lui non ha dubbi: “I contratti di solidarietà e gli esuberi sono un’invenzione dell’azienda. In Telecom non ci sono esuberi, al contrario si dovrebbero fare assunzioni. Si potrebbero tagliare i costi mettendo mano al sistema degli appalti. Pensa che oggi sono assegnati all’esterno tanti lavori che potrebbero essere tranquillamente organizzati all’interno dell’azienda. Abbiamo 30mila lavoratori in solidarietà, e affidiamo commesse all’esterno. Non sembra un controsenso?”.

Potrebbe cambiare in meglio la situazione ora che il controllo di Tim è passato ai francesi di Vivendi? Falossi scuote la testa: “La filosofia alla base di questo ennesimo ribaltone societario è una sola: tagliare ulteriormente i costi. Un’azienda come questa dovrebbe investire in innovazione e ricerca, e considerare i propri addetti un patrimonio da tutelare. Parliamo di tecnici specializzati, di progettisti esperti, di un capitale umano da custodire con cura. Invece si continuano ad affidare appalti all’esterno”.

Per un gruppo che oggi conta quasi 70mila addetti diretti, la priorità dovrebbe essere quella di investire. Per un gruppo famoso come Tim non è una buona pubblicità farsi ammonire dall’Autorità garante per le comunicazioni, per aver cercato di ottenere aumenti tariffari sia sulla rete fissa che su quella mobile. Ci mancava solo il governo Renzi, che vede con gran simpatia l’entrata nel settore delle comunicazioni del colosso elettrico Enel, in vista dell’ennesima rivoluzione tecnologica - leggi fibra ottica - del settore.

“Da anni stiamo cablando le principali città italiane - riepiloga Falossi - propio per non trovarci impreparati di fronte all’evoluzione della tecnologia. Non avrebbe alcun senso affidare ad Enel il nostro lavoro. Anche perché non ha le competenze tecniche, dovrebbe far ricorso a imprese esterne. Quando Renzi in persona sponsorizza Enel, sembra non rendersi conto che in questo modo finiremmo per essere l’unico paese con due diverse infrastrutture per la banda ultralarga. Con il doppio di costi e la metà dei guadagni. A mio avviso il governo sta facendo delle scelte contro il paese”. Falossi lavora in Telecom da quando si chiamava ancora Sip. “Facevamo le riparazioni nell’arco di una giornata, eravamo orgogliosi di interconnettere l’intero paese”. Oggi sono sul piede di guerra, non sopportano più la malagestione di quello che è un autentico patrimonio nazionale. La crisi corre lungo il filo.

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