“Una Rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein (Bur Rizzoli, pag. 734 euro 14) contiene un messaggio di speranza. Sta crescendo un movimento globale di resistenza all’insostenibilità del capitalismo.

Fluviale come nel suo stile, poichè frutto di un gruppo di ricerca e di una rete di contatti su scala mondiale davvero impressionante, “Una Rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein è quanto di meglio si possa leggere per comprendere la natura distruttiva e nichilistica del capitalismo globale, ma anche per prospettare una lunga transizione a un nuovo modo di produrre e consumare, fondato sulla morigeratezza e non sulla dissipazione consumistica.

Un discorso quanto mai attuale e addirittura preveggente quello di Klein, se si considera l’incendio di dimensione epocale in corso nell’Alberta e divampato da Fort Mc Murray, dove è situato il più importante giacimento di sabbie petrolifere, nonché la previsione di un innalzamento delle temperature del globo tra i 4 e i 6 gradi celsius, al di là degli impegni presi a Parigi nella Conferenza mondiale sul clima del novembre 2015.

Le conseguenze catastrofiche per via del cambiamento climatico sono ormai letteratura ben nota, giacché, se negli anni 70 si erano registrati 600 eventi meteorologici estremi, negli anni 2000 se ne sono verificati 3.322. Naturalmente sono molteplici gli ostacoli che si frappongono all’idea di decelerare il corso anarchico dell’accumulazione capitalistica, rilanciando il concetto di pianificazione sociale per invertire la tendenza ecocida.

Al di là dell’ideologia dominante, che celebra il trionfo del libero mercato nonostante le reiterate bolle finanziarie e la perdurante crisi da sovrapproduzione, qualsiasi visione alternativa deve fare i conti sia con i negazionisti sul piano informativo del cambiamento climatico, sia con le bizzarrie della geoingegneria ambientale. Cricca che lautamente finanziata da magnati come Bill Gates vorrebbe raffreddare la temperatura attraverso la gestione delle radiazioni solari, mediante le più disparate soluzioni tecnologiche.

Al contempo Naomi Klein non concede alcun credito nè alla retorica dello sviluppo sostenibile, né ai palliativi connessi alla green economy, così come non elude le contraddizioni che investono i cosiddetti “socialismi petroliferi” (Chavez, Correa, Morales, ecc). Infatti, nel capitolo più teorico del libro, Klein, confrontandosi con il pensiero del filosofo Francesco Bacone, del teologo William Derham e dell’ingegnere scozzese James Watt, annota come l’estrattivismo sia “una relazione con la terra imperniata sul dominio”, in quanto saccheggiando indiscriminatamente la natura determina, riprendendo le intuizioni di Karl Marx, “una grave frattura del capitalismo con le leggi naturali della vita”.

Per queste ragioni Klein ritiene che l’opzione per le energie rinnovabili sia la via maestra per ribaltare il rapporto con la natura, in quanto le stesse sono intrinsecamente informate ad una logica rigenerativa. In questa ottica, e facendo tesoro delle esperienze sviluppate nell’Ontario, in Danimarca e in Germania, la transizione all’energia pulita, decentrata e condivisa in forma cooperativa e democratica, può avvenire attraverso la definizione di un “conto energia globale” su scala internazionale.

Ciò che depone a sostegno di questa transizione – ed è quindi il messaggio di speranza che questo libro ci consegna - è la crescita di un movimento di resistenza globale la cui ampiezza, in termini di conflitti insorti fra multinazionali e comunità locali rispetto all’appropriazione delle materie prime, è ricostruita meticolosamente, e con contagiosa empatia, da questa coraggiosa attivista canadese.

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